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Inflazione ufficiale e inflazione percepita, perchè divergono?

Inflazione ufficiale e inflazione percepita, perchè divergono?

Le rilevazioni Istat, Eurostat e delle altre agenzie statistiche nazionali raccontano un carovita misurato su un paniere rappresentativo. Nei portafogli delle famiglie, però, ne pesa spesso uno diverso — e più alto. Un nuovo studio pubblicato su VoxEU prova a spiegare perché.

Ogni mese gli istituti di statistica nazionale — Istat in Italia, gli omologhi negli altri paesi europei, Eurostat a livello continentale — pubblicano un numero che dovrebbe rappresentare quanto è aumentato, in media, il costo della vita. È l’inflazione ufficiale: un indice costruito su un paniere di beni e servizi, pesato secondo le reali quote di spesa delle famiglie. Chi fa la spesa, però, spesso non si riconosce in quel numero. L’inflazione percepita — quella che pesa sul portafoglio, o almeno quella che si ha la sensazione pesi — è un’altra cosa, e quasi sempre è più alta di quella ufficiale.

Non è una semplice distorsione psicologica da archiviare come “sensazione soggettiva”. Le banche centrali seguono con attenzione crescente questo secondo dato, perché è dalla percezione — non dalla statistica — che nascono le aspettative di inflazione di famiglie e imprese: una delle variabili più monitorate dalla politica monetaria, perché quando le aspettative si sganciano dall’obiettivo di stabilità dei prezzi il rischio è che si autoalimentino, attraverso rivendicazioni salariali e comportamenti di consumo. Lo si è visto bene nel sondaggio BCE sulle aspettative dei consumatori relativo ad aprile 2026, di cui avevamo raccontato i dettagli qualche settimana fa: l’inflazione percepita negli ultimi dodici mesi era salita al 4,0%, dal 3,5% di marzo, mentre le aspettative a tre e cinque anni restavano più contenute, rispettivamente al 2,9% e al 2,4%. Un quadro che, in quei giorni, aveva spinto Isabel Schnabel a parlare di un rischio di allargamento delle pressioni inflazionistiche oltre i soli prezzi energetici.

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Ma perché inflazione reale e percepita divergono, esattamente? Una risposta articolata arriva da uno studio pubblicato su VoxEU dall’economista Neville Francis (University of North Carolina at Chapel Hill), sintesi di un working paper NBER del 2026. Il CPI misura il costo della vita assegnando pesi alle categorie secondo le quote di spesa e aggregando le variazioni di prezzo su migliaia di beni e servizi; le famiglie, però, non vivono l’inflazione in questo modo. Prestano più attenzione ad alcune categorie — la benzina, la spesa alimentare — perché sono voci visibili e osservate di frequente, mentre altre, pur pesando in modo significativo sul bilancio, restano sullo sfondo.

Partendo da questa intuizione, Francis costruisce una misura alternativa, la Perceived Inflation (PI), combinando i dati CPI disaggregati con quattro indicatori-proxy dell’attenzione delle famiglie: il price salience (la salienza dei prezzi) – ovvero quanto una variazione recente sia ampia o inusuale, la volatilità, la copertura mediatica — misurata sui riferimenti nelle notizie a specifiche categorie di consumo — e l’attività di ricerca online. Il risultato è un indice di attenzione che assegna alle categorie più osservate un peso maggiore rispetto a quello che ricevono nel CPI ufficiale.

Dalla differenza tra le due misure nasce quello che l’autore chiama perceived inflation wedge, il cuneo percettivo: non è costante nel tempo, perché le percezioni cambiano di continuo. Su dati mensili statunitensi, l’inflazione percepita segue quella ufficiale nel lungo periodo ma mostra una volatilità di breve termine molto più marcata, con divergenze che si accentuano nelle fasi di stress economico — la crisi del 2008-09, la recessione da Covid-19, la fiammata inflazionistica del 2021-22. Un tratto comune a questi episodi è che l’attenzione ai prezzi resta elevata anche dopo che l’inflazione ufficiale comincia a scendere, il che potrebbe spiegare perché le preoccupazioni sull’inflazione tendano a persistere più a lungo dei dati che dovrebbero rassicurare.

Le implicazioni non sono solo teoriche. Lo studio mostra che il cuneo percettivo influenza le decisioni di risparmio, le scelte di consumo, l’accumulo di ricchezza e la diffusione di famiglie con vincoli di liquidità, con effetti più marcati tra i nuclei a basso patrimonio, le cui decisioni finanziarie sono più sensibili alle variazioni percepite del potere d’acquisto. Per le banche centrali, la conclusione implicita è che comunicare bene i dati ufficiali potrebbe non bastare: se le famiglie reagiscono ai movimenti di alcuni prezzi più che alle statistiche aggregate, allora anche le strategie di comunicazione dovrebbero fare i conti con le fonti di quella attenzione.

Foto di Gerd Altmann

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