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Europa, nuove regole in arrivo per l’ESG

L’Europa si appresta a modificare le regole ESG sugli investimenti finanziari. Tre nuove categorie al posto degli Articoli 8 e 9, soglie più alte sulla Tassonomia, e un nodo ancora aperto: quanto “verde” può essere un fondo che detiene titoli di Stato o obbligazioni di aziende del gas.

Da marzo 2021 una normativa europea, la SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), richiede ai gestori di dichiarare quanto un fondo d’investimento sia sostenibile. La pratica di questi primi tre anni ha evidenziato un problema: il mercato ha trasformato un obbligo di trasparenza in una semplice etichetta. Così un fondo Articolo 9 è diventato sinonimo di “pienamente sostenibile”, mentre un Articolo 8 di “abbastanza ESG”, con il piccolo particolare, si fa per dire, che il regolamento SFDR non prevedeva nulla del genere.

Vista la veloce degenerazione del fenomeno, il legislatore è corso ai ripari. Ecco allora la revisione, proposta dalla Commissione europea a novembre 2025, che mira ad introdurre tre categorie con criteri più netti, pensate per essere davvero comparabili invece che dichiarative. La categoria Sustainable è riservata ai prodotti che investono in attività o imprese che già rispettano standard di sostenibilità elevati, con un contributo diretto a obiettivi ambientali o sociali. La categoria Transition accoglie invece i fondi che finanziano attività non ancora pienamente sostenibili ma dotate di un piano di transizione credibile, con obiettivi misurabili e una traiettoria di miglioramento verificabile. La categoria ESG Basics, infine, raccoglie i prodotti che integrano criteri ESG nel processo di investimento — tipicamente tramite esclusioni o approcci “best-in-class” — senza soddisfare i requisiti più stringenti delle prime due.

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Successivamente il relatore della commissione ECON, l’eurodeputato Gerben-Jan Gerbrandy, ha alzato l’asticella rispetto al testo della Commissione.

Nell’ultima proposta la soglia minima di investimenti allineati alla Tassonomia UE – il sistema di classificazione con cui l’Unione Europea stabilisce, attività economica per attività economica, quali contribuiscono davvero agli obiettivi ambientali comunitari – per accedere alle categorie Transition o Sustainable passa dal 15 al 20%.

È prevista poi l’eliminazione del cosiddetto “safe harbour“, un meccanismo che avrebbe promosso automaticamente a categoria superiore i fondi legati ai benchmark climatici Paris-Aligned e Climate Transition Benchmark. Nella nuova versione dovranno rispettare gli stessi criteri di tutti gli altri.

Tornerebbe invece obbligatorio, a livello di prodotto, un set minimo di indicatori sugli impatti negativi (PAI), eliminati a livello di entità nella proposta originaria della Commissione. Verrebbero poi concessi tempi più lunghi per adeguarsi: 24 mesi anziché 18, spostando quindi l’applicazione concreta del nuovo SFDR non prima di gennaio 2029.

Il Consiglio UE, dal canto suo, ha già approvato un mandato negoziale che introduce una via di fuga: i fondi di investimento alternativi riservati a investitori professionali potranno restare fuori dal sistema di categorizzazione, sul presupposto che quel pubblico disponga già di strumenti informativi adeguati.

Eurosif, l’associazione che riunisce gli operatori europei della finanza sostenibile, promuove l’impianto generale ma segnala più di un punto debole: l’assenza del principio “non arrecare danno significativo” nella categoria Sustainable, e soprattutto le zone grigie della categoria Transition. Qui il nodo più delicato riguarda le obbligazioni sovrane generiche, che nella proposta della Commissione potevano contribuire fino al 15% del portafoglio senza che se ne conoscesse la destinazione d’uso dei fondi raccolti. E secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg nei giorni scorsi, la Francia starebbe spingendo perché anche le aziende del carbone, petrolio e gas possano rientrare in “transizione” sulla base delle sole emissioni dirette (Scope 1 e 2), escludendo quelle lungo la filiera — spesso le più rilevanti per questo tipo di imprese.

Il voto del 15 luglio prossimo non chiuderà la partita, ma si aprirà un nuovo confronto con il Consiglio. L’epilogo è atteso non prima della fine dell’anno, sotto la presidenza irlandese.

Al momento una cosa sembra certa: il vecchio sistema di etichettatura si è dimostrato inadeguato. Con il nuovo testo proposto dal Parlamento Europeo si sta cercando una via più rigorosa. Vedremo cosa accadrà e quanto cambierà l’etichetta che oggi compare sul KID di migliaia di fondi europei.

Foto di Elias

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