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Global Pension Index 2026, la sfida è nella sostenibilità

L’edizione 2026 del Marsh CFA Institute Global Pension Index ha messo a confronto 55 sistemi pensionistici e ha dedicato un capitolo speciale all’invecchiamento della popolazione. L’Italia ha ottenuto un voto C, trascinato verso il basso dalla sostenibilità di lungo periodo.

Non è un caso se il sistema pensionistico giudicato migliore al mondo dall’ultima edizione del Marsh CFA Institute Global Pension Index 2026 è anche uno tra quelli che stanno cambiando di più. Anzi, è la rappresentazione più chiara di come si stia trasformando la previdenza, con il progressivo invecchiamento della popolazione che ne delinea la grande sfida dei prossimi decenni: la sostenibilità.

Ma torniamo al Global Pension Index 2026. L’indice, giunto alla diciottesima edizione, valuta ogni sistema su più di cinquanta indicatori raggruppati in tre ambiti. Il primo è l’adeguatezza delle prestazioni, con un peso del 40%, il secondo la sostenibilità, con il 35%, e il terzo l’integrità, che misura regole, governo e tutela degli iscritti, con il 25%. Quest’anno, con l’ingresso di Repubblica Dominicana, Kenya e Qatar, i sistemi pensionistici analizzati sono stati 55, pari al 66% della popolazione mondiale.

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L’Olanda si piazza al primo posto della classifica complessiva con 85,8 punti, perdendo solo quattro decimi rispetto all’edizione 2025. Un risultato positivo, soprattutto se si pensa che proprio il sistema pensionistico olandese sta per concludere (2028) il delicato passaggio al sistema contributivo.

Alle spalle dell’Olanda ci sono la Danimarca con 84,1 punti, l’Islanda con 84,0, Singapore con 82,0, Israele con 81,9 e l’Australia con 80,6, tutti con il voto A. Tra queste spicca il netto miglioramento dell’Australia che l’anno scorso registrava un punteggio di 77,6 punti. In fondo alla classifica ci sono l’Argentina con 43,7 punti, l’India con 46,8 e le Filippine con 49,2, mentre nessun sistema ha ricevuto il voto E complessivo.

La cartina al tornasole della qualità dei sistemi pensionistici è la loro sostenibilità. Un indicatore costruito valutando molti parametri, tra i quali la copertura dei lavoratori, il risparmio accumulato, la demografia, la spesa pensionistica pubblica, il debito pubblico e la crescita. Ed è proprio sulla sostenibilità che i numeri dell’indice tendono ad abbassarsi in maniera sensibile.

La media generale della sostebilità è di 55,4 punti, contro i 66,5 dell’adeguatezza e i 77,2 dell’integrità e tra i 55 paesi analizzati ben sei hanno ricevuto in questo ambito il voto E, vale a dire il più basso possibile. Generosità dell’assegno (che incide sulla componente adeguatezza) e tenuta del sistema nel tempo non vanno di pari passo. La Francia ha ottenuto 85,0 punti sull’adeguatezza e 49,3 sulla sostenibilità, la Spagna 83,0 contro 33,0 e il Belgio 81,1 contro 41,2. Olanda, Danimarca e Islanda sono invece gli unici ad avere il voto A in tutti e tre gli ambiti. Il motivo è ben rappresentato dal caso olandese, dove la tenuta è garantita soprattutto dalla grande massa di risparmio accumulata nei fondi pensione.

E il nostro paese? L’Italia ha totalizzato 57,4 punti, con il voto C, contro i 57,0 dell’anno scorso, e si colloca al 41° posto su 55 in base ai punteggi pubblicati. Tra i paesi dell’area euro presenti nell’indice supera soltanto l’Austria, ferma a 56,9, ma una distanza così piccola non permette di dire quale dei due sistemi sia migliore. L’adeguatezza ha raggiunto 70,9 punti, con il voto B, e l’integrità 78,3, con il voto B+, entrambe sopra la media mondiale. La sostenibilità è il vero tallone d’Achille: voto E, 27 punti e in calo dai 27,9 dell’anno scorso. Solo l’Austria, con 23,9, sta peggio.

Se la sostenibilità è il nodo centrale e la demografia ne è la variabile con il peso specifico più grande. Tra i 55 paesi analizzati, 43 registrano meno di 2,1 figli per donna, vale a dire la soglia che mantiene stabile la popolazione nel tempo. 23 paesi – quasi la metà – hanno un rapporto inferiore a 1,5. Nelle regioni più sviluppate il rapporto tra le persone con almeno 70 anni e quelle tra 20 e 69 anni dovrebbe salire in trent’anni dal 23% al 37%, cioè da 4,3 a 2,7 persone in età di lavoro per ogni anziano. Per l’Italia la proiezione a trent’anni è del 57%, vicina al 60% di Giappone e Taiwan e al 56% della Spagna. Nei paesi OCSE dell’indice la spesa pubblica per pensioni è già cresciuta in media di 1,5 punti di PIL dal 2000, e l’OCSE ne prevede altri 0,7 nei prossimi vent’anni.

Le conclusioni del rapporto partono dall’idea che non esista un modello valido per tutti, anche se accesso ampio, governo solido e una pensione minima di sicurezza si associano ai risultati migliori. La vera sfida è nella sostenibilità e va di pari passo alla gestione del progressivo invecchiamento della popolazione. In questo senso gli autori del Global Pension Index suggeriscono alcune azioni da intraprendere. La prima è dotarsi di obiettivi chiari, come hanno fatto l’Australia e la Svizzera. La seconda è assicurare un finanziamento adeguato, evitando di scaricare il peso su una sola generazione. La terza è introdurre più flessibilità nell’età di pensionamento e nei prodotti finanziaria a scopo pensionistico, rendendo meno rigida la soglia fissa dei 60 o 65 anni. Tra le misure suggerite figurano l’estensione della copertura ad autonomi e lavoratori atipici, l’adesione automatica ai fondi e l’adeguamento dell’età pensionabile agli anni di vita in buona salute. Agire quindi, ma farlo progressivamente. Riforme troppo brusche possono incrinare la fiducia dei cittadini, come accadde in Polonia alla fine degli anni Novanta, quando la riforma fu in gran parte annullata.

Il caso olandese mostra che si può cambiare molto senza perdere qualità.

Foto di WONSUNG JANG su Unsplash

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