Il verdetto è arrivato nella notte ed è andato oltre le attese. La stima di CBS News del 25 ottobre indicava 229 seggi democratici alla Camera con un massimo di 237, mentre le proiezioni di NBC News ne danno oggi almeno 244. Al Senato sono passati di mano sette seggi repubblicani, tra cui quelli di Texas, Ohio e Carolina del Nord. Restano aperte alcune corse, a partire da Alaska e Michigan, ma la direzione è chiara. Secondo le stime del New York Times il vantaggio democratico nel voto popolare per la Camera è di circa dodici punti, il più ampio dal 1982.
Il dato che spiega meglio la serata è il gradimento del presidente. Negli exit poll di CBS News solo il 38% degli elettori approva l’operato di Trump, il valore più basso per un presidente in un voto di metà mandato e inferiore al 45% rilevato da NBC nel 2018. Non è il primo a perdere entrambe le camere. Era accaduto a Truman nel 1946, a Eisenhower nel 1954, a Clinton nel 1994 e a Bush nel 2006, con una guerra in Iraq ormai impopolare. Tre di loro vennero poi rieletti, una strada preclusa a Trump dal limite dei due mandati, ma che dimostra come recuperare da una sconfitta pesante non sia missione impossibile. A patto di cambiare atteggiamento, ma qui iniziano i problemi.
A Trump restano gli ordini esecutivi e il veto, che il Congresso può superare solo con i due terzi di entrambe le camere. È una soglia lontana dai numeri usciti dalle urne, ma non impossibile se il GOP decidesse di scaricare l’ingombrante inquilino della Casa Bianca, autodichiaratosi “Mr. Veto”. Ma al di là delle ipotesi più ardite, nel sistema americano il potere di spesa appartiene al Congresso e qui la partita cambia. Non esiste una legge di bilancio unica ma dodici leggi annuali di stanziamento. Se non verranno approvate entro l’11 dicembre si arriverà al quarto blocco delle attività federali del secondo mandato, ricorda ABC News. Dallo stesso passaggio dipendono le spese per la guerra con l’Iran. A giugno la Casa Bianca ha chiesto 87,6 miliardi di dollari supplementari, di cui circa un terzo legato al conflitto secondo il CSIS. La democratica Rosa DeLauro ha già detto che il suo partito non sosterrà decine di miliardi per una guerra senza meta. Di sicuro Trump non potrà più ricorrere alla riconciliazione di bilancio, lo strumento anti ostruzionismo con cui aveva fatto passare la legge fiscale del 2025 senza i voti dei democratici.
Da qui nasce l’argomento più interessante. Un pareggio con una camera ancora repubblicana avrebbe dato a Trump un alleato per fermare le richieste democratiche e un bersaglio a cui attribuire ogni stallo. Con un Congresso interamente democratico l’interlocutore è uno solo e la responsabilità di ogni blocco ricadrà su chi ne sarà la causa. Situazione non ideale in ottica presidenziali 2028.
Tra gli analisti il giudizio non è unanime. Quelli di TD ritengono che un Congresso democratico renda l’aumento del tetto del debito leggermente più probabile rispetto a uno spaccato. Dal canto suo, invece, Morgan Stanley ricorda che con presidenti repubblicani l’indice S&P 500 ha guadagnato in media il 23% nell’anno successivo a un voto che lasciava il Congresso diviso, contro il 16% quando i democratici controllavano entrambe le camere. In altre parole, nell’ottica dei mercati finanziari un congresso completamente avverso al presidente peggiora le cose.
Dentro il partito repubblicano i conti sono già aperti e potrebbero volare stracci. Secondo Axios ogni componente della dirigenza alla Camera dovrà affrontare uno sfidante nelle elezioni interne della prossima settimana e alcuni deputati danno poche speranze a Mike Johnson di rimanere speaker. Uno stratega repubblicano sentito da CBS News attribuisce la sconfitta a una sola persona, il presidente. Questo potrebbe irrigidire il confronto tra GOP e Casa Bianca, con eventuale richiesta di ricambio nel governo. I precedenti non mancano. Dopo il voto del 2018 Trump allontanò il ministro della Giustizia Jeff Sessions e dopo quello del 2006 Bush si separò da Donald Rumsfeld. Christopher Hodge di Natixis indica come possibili capri espiatori il ministro della Difesa Pete Hegseth o quello del Tesoro Scott Bessent, mentre per i democratici Hegseth sembra il bersaglio più probabile di una messa in stato d’accusa, secondo ABC News.
Sul piano economico il punto di partenza vede da un lato una crescita economica resiliente, ma dall’altro una dinamica dei prezzi preoccupante. Il prodotto interno lordo è cresciuto del 3,4% annuo nel terzo trimestre e la disoccupazione era al 4,2% a settembre. Ma l’inflazione di settembre è al 3,7%, trainata dall’energia dopo l’inizio della guerra con l’Iran. La Federal Reserve guidata da Kevin Warsh ha alzato i tassi a settembre fino al 3,75-4% e li ha lasciati fermi il 28 ottobre, con due membri favorevoli a un nuovo rialzo. L’inflazione è stato il tema centrale delle midterm ed è verosimile che qui si concentrerà il tentativo di recupero di consensi da parte di Trump.
Resta poi da capire quanto potrà smontare il nuovo Congresso delle politiche su tasse e immigrazione? Sulle tasse pochissimo, perché ogni modifica alla legge del 2025 richiederebbe la firma del presidente o i due terzi dei voti. Sull’immigrazione pesa il fatto che quella stessa legge ha già assegnato 75 miliardi di dollari all’agenzia ICE. Secondo NPR questa dote pluriennale la rende in larga parte indipendente dagli stanziamenti annuali. Lo dimostra il blocco del dipartimento della Sicurezza interna, arrivato a 59 giorni ad aprile senza ottenere le riforme chieste dai democratici. Gli strumenti reali saranno dunque le indagini, le nomine fermate in Senato e la trattativa sul tetto del debito, che secondo gli analisti verrà raggiunto tra la fine dell’inverno e la metà dell’estate del 2027. Anche sui dazi il freno è venuto dai tribunali più che dal Congresso. Il 20 febbraio la Corte Suprema ha escluso la legge sui poteri di emergenza come base per le tariffe e la Casa Bianca le ha subito riscritte su altre norme.
E veniamo ai mercati finanziaria. La reazione iniziale è stata netta, con i contratti future azionari in forte calo, il rendimento del decennale sceso di sei punti base al 4,906% e il dollaro in flessione. Di solito però l’effetto delle elezioni di metà mandato dura poco. Michael Arone di State Street osserva che il rischio è l’eccesso di reazione degli investitori più che l’onda blu. Mark Malek di Siebert ritiene che gran parte del risultato fosse già nei prezzi. Per Tai Hui di J.P. Morgan Asset Management a muovere i listini sarà l’intelligenza artificiale più della politica, mentre Trump continuerà a incidere con dazi, politica estera e regolazione.
Il discorso cambia per alcuni comparti. Sull’intelligenza artificiale pesa la vittoria democratica nella corsa a governatore del Texas, dove Gina Hinojosa ha fatto campagna per una moratoria sui data center. Nella notte CoreWeave ha perso circa il 7% fuori orario. Tapas Strickland di Moomoo ricorda che Texas e Georgia valgono circa un terzo della spesa per i data center. Faccenda non indifferente per un settore che ha già mostrato fragilità nelle scorse settimane. Il paniere dell’intelligenza artificiale di Goldman Sachs, ad esempio, ha già perso il 15% in ottobre e staziona a oltre 20 punti percentuali dal suo massimo, ricorda Nick Ferres di Vantage Point.
Per le criptovalute il rischio è politico prima ancora che di mercato. La legge CLARITY sulla regolazione del settore si era arenata già a settembre e secondo molti analisti un Congresso interamente blu potrebbe definitivamente riporla nel cassetto. Nelle ultime ore il bitcoin è sceso sotto i 77mila dollari, ma il discorso vale in generale per tutti i cosiddetti Trump trade, a partire dalle società di famiglia. Trump Media ha perso oltre il 7% nella notte. Il probabile nuovo presidente della commissione di controllo della Camera, Robert Garcia, ha già dichiarato che intende indagare sugli affari della famiglia Trump. Monica Guerra di Morgan Stanley osserva che le probabili richieste di documenti e audizioni creeranno volatilità per le società legate alle scelte politiche del presidente.
Il messaggio degli elettori è netto e i due anni che restano a Trump non saranno semplici. Lui, come al solito, dichiara e controdichiara. Ai media ha detto di accettare i risultati e di voler lavorare con i democratici, che secondo lui hanno fatto un buon lavoro. Poco dopo, su Truth Social, ha scritto che se ci fosse stato il suo nome sulla scheda elettorale avrebbe vinto in modo schiacciante, allegando l’immagine di un cappellino con la scritta VETO. Poi, bontà sua, ha ammesso che il prezzo alto della benzina, legato alla guerra, ha contribuito al risultato.
Sembra di essere alle solite, ma in queste poche dichiarazioni c’è molto di quello che vedremo nei prossimi mesi. Se prevarrà la linea del negoziato o quella del castello assediato lo diranno già le prossime settimane, con l’elezione dei vertici repubblicani e la scadenza fiscale di inizio dicembre.
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