Il 4 settembre 2025 è stata una giornata da ricordare per la politica statunitense. Davanti alle telecamere del Campidoglio, una coalizione bipartisan guidata dal repubblicano Brian Fitzpatrick della Pennsylvania e dalla democratica Alexandria Ocasio-Cortez di New York ha presentato il Restore Trust in Congress Act, una proposta di legge che mira a vietare definitivamente il trading azionario ai membri del Congresso, ai loro coniugi e ai figli a carico. L’evento ha riunito sedici cofirmatari iniziali, otto per ciascun partito, in uno spettacolo raro – visti i tempi – di unità politica su un tema che attraversa le tradizionali divisioni ideologiche. La proposta, frutto di mesi di negoziati tra parlamentari che in passato avevano presentato progetti concorrenti, rappresenta il tentativo più serio degli ultimi anni di affrontare un problema che da tempo mina la fiducia degli americani nelle loro istituzioni democratiche.
L’urgenza di una riforma su questo fronte non nasce dal nulla. A inizio anno, un report di Unusual Whales, una startup finanziaria specializzata nel monitoraggio delle transazioni di borsa dei politici, ha rivelato che i portafogli dei membri del Congresso hanno sovraperformato il mercato nel corso del 2024. I democratici hanno registrato guadagni medi del trentuno percento, i repubblicani del ventisei percento, a fronte di un aumento dell’indice S&P 500 del 24,9%. Nancy Pelosi, ex speaker della Camera e tra i trader più attivi del Congresso, ha visto il suo portafoglio crescere di oltre il settanta percento nell’anno.
L’analisi, basata sui periodic transaction reports che i parlamentari devono obbligatoriamente presentare quando acquistano o vendono titoli per oltre mille dollari, ha evidenziato come questi risultati siano stati largamente favoriti da posizioni pesanti nelle big tech, proprio mentre molte di queste aziende si trovavano a fare i conti con decisioni normative e legislative che potevano influenzarne profondamente i risultati.
Il fatto che diversi parlamentari battano sistematicamente il mercato solleva domande scomode. I sondaggi mostrano che la stragrande maggioranza degli americani è favorevole a vietare il trading individuale non solo ai membri del Congresso, ma anche a giudici e funzionari dell’esecutivo. L’esistenza dello STOCK Act del 2012, introdotto proprio per limitare il trading basato su informazioni privilegiate dopo lo scandalo della crisi finanziaria del 2008, non sembra aver risolto il problema. Con una multa di appena duecento dollari per chi omette di presentare i documenti richiesti, la legge si è rivelata uno strumento spuntato. Ma la questione che emerge con forza è più profonda: è proprio vero che chi siede nelle stanze del potere gode di un vantaggio sistematico nei mercati finanziari? E se sì, come si manifesta questo vantaggio?
Per rispondere a queste domande, due economisti della Columbia University e della Xi’an Jiaotong-Liverpool University, Shang-Jin Wei e Yifan Zhou, hanno condotto uno studio pubblicato dal CEPR che analizza ogni singola transazione azionaria effettuata dai membri del Congresso tra il 1995 e il 2021. La ricerca ha portato alla luce un risultato sorprendente: presi nel loro complesso, i parlamentari ordinari non battono il mercato. In media, farebbero meglio a investire in fondi indicizzati. Questo risultato ribalta la narrativa popolare secondo cui tutti i membri del Congresso godrebbero di vantaggi informativi strutturali. Ma c’è un’eccezione cruciale che cambia radicalmente il quadro: i leader. Quando un parlamentare assume una posizione di leadership formale, come speaker della Camera, floor leader, whip o presidente di caucus, la situazione si trasforma drammaticamente.
Lo studio ha identificato venti parlamentari che hanno fatto trading sia prima che dopo aver assunto ruoli di leadership, e li ha confrontati con colleghi simili per anzianità, partito, camera di appartenenza, età e genere. Prima dell’ascesa alla leadership, i futuri leader sottoperformavano il mercato esattamente come i loro pari. Dopo l’ascesa, i loro rendimenti aggiustati per il rischio superavano quelli dei colleghi del gruppo di controllo di quaranta-cinquanta punti percentuali all’anno. Un divario enorme che non può essere spiegato dalla pura casualità o dall’abilità personale, considerando che le stesse persone non mostravano alcun talento particolare prima di ottenere il potere.
I ricercatori hanno poi scavato più a fondo per capire attraverso quali meccanismi si manifesta questo vantaggio. Il primo canale è quello dell’informazione e dell’influenza politica. I leader, soprattutto quando il loro partito controlla la camera in cui siedono, hanno accesso privilegiato a informazioni su quali leggi verranno discusse, quali priorità normative avanzeranno e quali settori subiranno pressioni. Ma non sono solo osservatori passivi: spesso contribuiscono attivamente a determinare questi risultati. L’analisi mostra che le vendite di azioni da parte dei leader sono seguite, nei tre-dodici mesi successivi, da un aumento marcato di eventi normativi avversi per le aziende interessate, come indagini, azioni di enforcement e audizioni congressuali. Al contrario, i loro acquisti non sono seguiti da un calo corrispondente di tali eventi. In altre parole, i leader sembrano vendere in anticipo rispetto alle cattive notizie politiche.
Ma c’è di più. Esaminando i dati di voto su tutte le leggi significative, i ricercatori hanno scoperto che dopo gli acquisti azionari di un leader, il suo partito vota in modo significativamente più favorevole a provvedimenti che beneficiano l’azienda acquistata e contro quelli che potrebbero danneggiarla. Il numero di questi voti “allineati” aumenta sostanzialmente rispetto a quanto accade per i parlamentari ordinari. Utilizzando i dati del Federal Procurement Data System, emerge anche che le aziende le cui azioni vengono acquistate dai leader ricevono successivamente più contratti governativi, inclusa una quota maggiore di contratti assegnati senza gara. Difficile attribuire questo pattern alla semplice capacità di previsione, appare più coerente con un’influenza selettiva sull’allocazione degli affari pubblici.
Il secondo canale identificato dalla ricerca è quello dell’accesso aziendale. Le società hanno forti incentivi a coltivare rapporti con i parlamentari influenti, e condividere informazioni sensibili comporta rischi. Se devono scegliere a quali politici dare un vantaggio informativo, puntare sui leader è una strategia razionale, per quanto eticamente discutibile. I dati mostrano che dopo l’ascesa alla leadership, i parlamentari ottengono rendimenti anormali significativamente più alti quando investono in aziende che hanno contribuito alle loro campagne elettorali o hanno sede nei loro stati. Lo stesso pattern non si verifica per i non-leader. Inoltre, gli acquisti dei leader sono seguiti da notizie più positive, le vendite da notizie più negative. Questo potere predittivo si concentra su eventi controllabili dall’executive aziendale, come modifiche ai dividendi o revisioni delle guidance, non su shock esterni come cause legali. Le stesse persone non mostravano questa capacità prima di diventare leader, suggerendo fortemente che gli insider aziendali condividano selettivamente informazioni materiali non pubbliche con i legislatori il cui potere politico li rende alleati preziosi.
Vale la pena chiedersi se lo STOCK Act del 2012 abbia avuto qualche effetto su queste dinamiche. Per il parlamentare mediano, la legge sembra aver ristretto le opportunità di sfruttare informazioni privilegiate. Per i leader, invece, la storia è meno rassicurante. La frequenza delle loro transazioni è diminuita dopo il 2012, coerentemente con un maggiore scrutinio pubblico, ma la dimensione media delle operazioni e i rendimenti aggiustati per il rischio sono rimasti sostanzialmente intatti. I risultati straordinari persistono anche quando i portafogli vengono costruiti utilizzando le date di divulgazione pubblica anziché quelle di esecuzione effettiva delle operazioni.
La conclusione della ricerca è chiara: il problema non riguarda tutti i parlamentari, ma si concentra in un gruppo ristretto di leader al vertice della gerarchia politica. Dove il potere è altamente concentrato, lo è anche la capacità di trasformare la carica pubblica in un vantaggio di trading. Questo rende l’enforcement tradizionale particolarmente difficile, perché le leggi sull’insider trading e le norme sulla trasparenza si adattano male a un mondo in cui i decision-maker ricevono e generano simultaneamente informazioni sensibili per i prezzi. La domanda non è se alcuni membri del Congresso siano investitori intelligenti, ma se una democrazia sana dovrebbe consentire ai suoi funzionari più potenti di detenere posizioni concentrate nelle società il cui destino contribuiscono a plasmare. I dati suggeriscono che, almeno per i leader congressuali, potere politico e portafogli privati sono scomodamente intrecciati.
Foto di Jacqui







