L’intelligenza artificiale è ovunque: dalle nostre ricerche online alle diagnosi mediche, dai testi che leggiamo agli algoritmi che decidono cosa vediamo sui social. Ma mentre il dibattito si concentra spesso su quanto l’IA cambierà il lavoro, l’educazione o la creatività, un nuovo studio del CEPR ci invita a guardare altrove: a come questi cambiamenti stanno colpendo in modo molto diverso i vari paesi del mondo. La preoccupazione di fondo è sempre la stessa: l’innovazione tecnologica rischia di ampliare i divari economici che esistono tra i paesi?
Il lavoro di Eugenio Cerutti, Antonio Garcia Pascual, Yosuke Kido, Longji Li, Giovanni Melina, Marina M. Tavares e Philippe Wingender pare un monito già dal titolo: “The Global Impact of AI: Mind the Gap”. Il divario a cui si fa riferimento non è solo tecnologico, ma economico, infrastrutturale e istituzionale. Per dirla in maniera semplice: l’IA potrebbe far crescere la produttività a livello globale, sì, ma non tutti beneficeranno allo stesso modo. E senza interventi decisi, i più svantaggiati rischiano di restare ancora più indietro.
Lo studio analizza tre fattori determinanti per calcolare il gap: esposizione, preparazione e accesso.
- Esposizione: Quanto il lavoro in un paese è suscettibile all’automazione e al supporto dell’IA? Nei paesi avanzati, come gli Stati Uniti, oltre il 60% dei ruoli è altamente esposto (cioè potenzialmente “trasformabile” dall’IA). Nei paesi a basso reddito? Appena il 26%.
- Preparazione: Le economie più sviluppate hanno infrastrutture digitali robuste, forza lavoro qualificata e istituzioni capaci di gestire il cambiamento. Al contrario, molte economie emergenti faticano a garantire connettività, formazione e capacità di adattamento.
- Accesso: Chi controlla i chip, i data center, le competenze ingegneristiche e i capitali? Inutile girarci intorno: l’IA è costosa. E le risorse non sono distribuite equamente.
Lo studio mostra che, in uno scenario ottimistico, gli Stati Uniti potrebbero vedere un aumento del PIL del 5,4% grazie all’adozione dell’IA. L’Europa e il Giappone non resterebbero troppo indietro. Ma per i paesi più poveri, il beneficio si fermerebbe attorno al 2,7%. È una crescita, certamente, ma è anche una forbice che si apre ulteriormente.
E allora, cosa fare affinchè l’intelligenza artificiale non alimenti il divario globale? Gli autori dello studio lanciano un appello: serve un’agenda globale per l’inclusione digitale. Investimenti nella formazione, nell’infrastruttura digitale e nell’accesso equo alle tecnologie non sono più una questione di sviluppo, ma di giustizia economica.
In fondo, l’IA potrebbe essere una straordinaria leva per ridurre le disuguaglianze. Ma perché ciò accada, serve una direzione chiara. E la volontà politica di non lasciare nessuno indietro.
Foto di Brian Penny







