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Mercati finanziari, tra previsioni e dati serve un time out

Mercati finanziari in una direzione e previsioni macro da un’altra., in questo scenario si rischia di perdere il filo ancor prima di averlo trovato.

Nel bel mezzo di una partita complicatissima, quando l’inerzia del gioco sembra sfuggire di mano, un buon allenatore di basket sa che deve immediatamente chiamare un time out. Fuor di metafora, di un attimo di sosta per valutare gioco e giocatori sembrano averne bisogno anche gli investitori, travolti da un periodo a dir poco congestionato di informazioni e dati contrastanti. Si, perchè se mettiamo sul tavolo analisi, previsioni, dati macro e andamento dei mercati finanziari il rischio è di perdere il filo ancor prima di averlo trovato.

Spieghiamoci meglio. La questione principale è come sempre quella legata ai dazi. Una mannaia che continua a sibilare nell’aria e che rischia di rallentare sensibilmente la crescita globale; l’ultima proiezione OCSE vede il PIL mondiale scendere dal 3,3% del 2024 al 2,9% per il 2025. Tra scadenze, contese legali e nuovi ordini esecutivi le imprese rimangono in una sorta di limbo e con esse i consumatori. Le catene di approvvigionamento si attorcigliano, le importazioni costano, sostituire i prodotti importati con produzioni locali costa ancora di più. Ergo, inflazione in salita, consumi in calo, economia che ristagna e posti di lavoro in fumo.

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Un disastro, insomma. L’unica speranza è che tutto finisca presto, che arrivino questi “fantomatici” accordi vantaggiosi per gli Stati Uniti e che tutti, imprese e consumatori, possano finalmente sapere cosa li aspetta ed agire di conseguenza.

Quella che abbiamo sintetizzato qui sopra è una lettura poco incline all’ottimismo e viene riproposta, con accenti e modalità differenti, da tutti i mezzi di comunicazione. Eppure, se guardiamo ai mercati finanziari le cose sembrano cambiare tonalità.

Prendiamo l’andamento dello S&P500. Il mese che ci siamo appena messi alle spalle è stato il migliore in termini performance dal 1990. Se prendiamo come punto di partenza il fatidico “Liberation Day” del 2 aprile scorso, il principale listino statunitense è risalito di circa 20 punti percentuali e si trova ora a poca distanza dai massimi storici. Dal punto di vista tecnico, sullo S&P500 si è appena verificato l’incrocio verso l’alto delle medie mobili a 50 e 200 giorni, un segnale tipicamente rialzista. Grandi gestori come Goldman Sachs, Deutsche Bank e UBS dopo aver tagliato più volte i target per il 2025 hanno deciso di rialzarli, citando impatti dei dazi meno significativi sugli utili e un minor livello di incertezza.

Altro indizio interessante. Nelle giornate successive al Liberation Day, il VIX ha toccato i massimi dal 2020, raggiungendo i 60 punti. Ma quando pochi giorni fa il presidente Donald Trump ha dichiarato che la Cina sta disattendendo l’accordo raggiunto in Svizzera ad inizio maggio, la reazione del VIX è stata praticamente invisibile, chiudendo addirittura sotto la media storica. In parole semplici questo significa che gli investitori hanno nettamente ridotto le loro aspettativa di forti oscillazioni dei listini azionari.

Urge un time out. Sono le previsioni ad essere troppo pessimistiche, o sono i mercati finanziari ad essere, come sostiene qualcuno, troppo accomodanti? La lettura potrebbe essere, come al solito, una via di mezzo e avrebbe come elemento rilevante il rendimento – in salita – dei titoli di stato USA a lungo termine. Mettiamola lì, come fosse una suggestione da rivalutare tra qualche mese: i mercati finanziari scommettono che l’amministrazione Trump dovrà presto trovare una quadra al capitolo dazi, non per la particolare capacità di trattativa di Washington, ma per l’incalzare di un problema un po’ più complicato da risolvere: mantenere la sostenibiltà del debito pubblico statunitense.

Illustrazione di Diego Velázquez

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