Ripresa post pandemia tra risparmio privato e spesa pubblica

A passi incerti e con gambe tremanti il mondo sembra comunque dirigersi verso la fine del tunnel della pandemia. Qualche nazione vede già una flebile luce e si inizia ad immaginare il dopo, tra risparmio privato da rimandare in circolo e spesa pubblica da ottimizzare.

Nella ultime ore, anche in virtù dell’accordo tra Johnson & Johnson e Merk sull’ampliamento della produzione del vaccino Janssen, gli USA stanno imprimendo un’accelerazione decisiva alla campagna vaccinale anti-covid. Il presidente Biden ha dichiarato che entro giugno ogni cittadino americano adulto avrà a disposizione la sua dose di vaccino, un risultato per certi versi straordinario.

Appare chiaro che la velocità della campagna vaccinale è diventata il vero fattore chiave per la ripresa economica. La grande macchina dell’economia – in buona parte intatta – è frenata dalle restrizioni imposte dai governi per il contenimento della pandemia e tali restrizioni possono essere rimosse solo di fronte al completamento di una vaccinazione di massa.

Nel riprendere la sua corsa, l’economia mondiale, come un ciclista che si inerpica verso un traguardo alpino, troverà sulla sua strada spinte incitanti e qualche buca da evitare. Fuor di metafora due sono gli argomenti caldi su cui ci si “accapiglia” in questi giorni. Il ruolo del risparmio privato e della spesa pubblica nell’immediato post-pandemia.

Sul primo punto è opportuno partire dai numeri appena pubblicati da Bloomberg Economic. I mesi di lockdown hanno fatto risparmiare ai consumatori delle più grandi economie mondiali qualcosa come 2.9 trilioni di dollari. A casa, senza viaggiare, senza ristoranti né negozi aperti, i soli cittadini americani hanno accumulato liquidità per 1,5 trilioni di dollari, praticamente la metà della cifra vista prima.

Sulla scia di quanto accaduto nell’estate del 2020, molti pensano che la caduta delle restrizioni anti covid farà rompere gli argini a questo fiume di denaro. Innescando una spinta ai consumi capace di provocare una robusta ripresa economica. Non tutti la pensano così, c’è chi dubita che tutta la liquidità accumulata si tramuterà in consumi: molti preferiranno ridurre i debiti; alcune abitudini di acquisto saranno modificate per sempre; il fattore incertezza potrebbe rimanere sullo sfondo per molto tempo ancora.

Non meno importante è il secondo punto, vale a dire il ruolo della spesa pubblica nel post pandemia. Qui il nodo più critico riguarda i trasferimenti ed in particolare tutto quel complesso di strumenti destinati in questi mesi al “congelamento” del mercato del lavoro e della situazione finanziaria di molte imprese.

Un recentissimo post di Alfred Kammer e Laura Papi sul blog dell’FMI ci ricorda la situazione: i trasferimenti governativi hanno messo in sicurezza, nel momento più difficile della crisi, 54 milioni di lavoratori. Prestiti agevolati ed aiuti forfettari hanno consentito alle aziende di tenere i conti in linea di galleggiamento, evitando un aumento esponenziale di fallimenti (con le conseguenze prevedibili sul sistema finanziario). La metaforica buca di cui si parlava in precedenza, spiegano Kammer e Papi, sta nel fatto che questi aiuti non hanno rafforzato il capitale delle aziende, anzi, nei 26 paesi monitoriati dalla ricerca FMI, lo scompenso tra debito e capitale è aumentato del 6%.

Senza un rafforzamento del capitale – degli asset posseduti dalle imprese – sono a rischio, stando ai calcoli FMI, 15 milioni di posti di lavoro. Se i governi decidono di agire, abbandonando il supporto finanziario e sovvenzionando il rafforzamento del capitale delle imprese, la buca sarà colmata, con aziende più sane, più competitive e quindi in grado di creare nuovi posti di lavoro.

Foto di Andrzej Rembowski

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