L’incerto destino dei “petrostates” (e di 400 milioni di persone)

L’accelerare della transizione energetica metterà a rischio l’equilibrio economico dei paesi produttori di petrolio e gas naturale. Il futuro dei petrostates è tutto da inventare.

Li chiamano Petrostates e sono paesi la cui principale fonte di ricchezza sono i giacimenti di petrolio e gas naturale sopra i quali sono stati creati. Che fine faranno quando la transizione energetica sarà completata e le energie fossili saranno per sempre sostituite da quelle rinnovabili?

Se lo chiede in un recentissimo studio l’organizzazione Carbon Tracker, mettendo subito in evidenza come per 19 petrostates la prospettiva dal 2040 in poi è di ritrovarsi con trilioni di dollari, 13 per l’esattezza, in meno ogni anno in termini di imposte e ricavi generati dall’estrazione e vendita di petrolio e gas naturale.

Per alcune economie, come ad esempio l’Arabia Saudita, la Nigeria o l’Azerbaijan i ricavi statali da petrolio e gas contano per oltre il 40% del totale. Per fare qualche esempio: in Nigeria (economia africana emergente con una popolazione oltre i 200 milioni di persone) il 46% delle entrate statali dipende dal petrolio; per il ventennio 2021-2040 Carbon Tracker stima un calo di introiti del 69%. Considerando tutti i 40 petrostates analizzati nello studio, da oggi al 2040 verranno a mancare (ad un prezzo del greggio di 40 dollari a barile medio) circa 9 trilioni di dollari di entrate.

Alcuni di questi paesi hanno già cominciato a diversificare le proprie entrate, spesso sfruttando come veicolo i famosi fondi sovrani. E’ il caso dei paesi del Golfo Persico, ma anche, molto più a nord, della Norvegia. Queste enormi casseforti di famiglia consentono agli stati che le posseggono di entrare nel capitale di società estere, comprando partecipazioni in settori industriali in crescita.

Ma, come fa notare Carbon Tracker, ben 19 tra i 40 paesi analizzati sono piazzati nella parte bassa della classifica ONU dello Human Development Index. In altre parole l’equilibrio già precario di 400 milioni di persone rischia di andare in frantumi. Se lo sviluppo deve essere sostenibile non bisogna dimenticare che anche la transizione energetica deve esserlo.

Foto di Carlos Rivadeneira

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