Danimarca, un modello nella lotta al climate change

La Danimarca può essere un modello nella lotta al climate change. L’FMI prova a suggerire alcune modifiche per renderlo più sostenibile. Ne esce un quadro interessante su quello che potrebbe essere il modo di produrre e di consumare nei prossimi decenni.

Nell’ultimo World Economic Outlook il Fondo Monetario Internazionale ha dedicato un capitolo al climate change, a ricordare che, oltre la pandemia, questa rimane la grande sfida dei prossimi decenni. Ed in un recente working paper ha analizzato la situazione di uno dei paesi più virtuosi in materia di riduzione delle emissioni di CO2: la Danimarca.

Nello studio condotto da Nicoletta Batini, Ian Parry e Philippe Wingender (Climate Mitigation Policy in Denmark: A Prototype for Other Countries) vengono presi in considerazione gli obiettivi, gli strumenti e le prospettive, settore per settore, della politica danese sul tema del cambiamento climatico. Ne esce un quadro interessante dal quale si percepisce tutta la forza dell’impatto che l’obiettivo emissioni zero nel 2050 avrà sul sistema produttivo e sulla vita di ogni cittadino.

Dicevamo che la Danimarca è un paese virtuoso sul fronte della lotta al climate change. Il suo piano per ridurre le emissioni di anidride carbonica affonda le radici nei primi anni 90 dello scorso secolo. Tra le prime nazioni ad introdurre la Carbon Tax – nel 1992, prima di lei solo Svezia, Norvegia e Finlandia – ha toccato il picco di emissioni dovute a energia fossile nel 1996, ridotte del 50% nel 2018.

Gli strumenti di questo modello sono diversi. C’è la carbon tax ma non solo. Incentivi all’utilizzo di veicoli a basse emissioni, un aumento della tassazione sui carburanti fossili, incentivi e finanziamenti per la transizione all’energia rinnovabile. Ad oggi il 70% delle emissioni di CO2 è a capo del settore energia.

Eppure tutto questo ottimo sistema non basta. Le stime dell’FMI – nello scenario business as usual – dicono che la riduzione di emissioni nel 2030 sarà “appena” del 9% rispetto al 2018 e del 37% rispetto al 1990. Meglio, molto meglio, della media europea ma ben poca cosa rispetto all’ambizioso obiettivo danese di arrivare a ridurre le emissioni del 70% rispetto al 1990 nel 2030. Agendo solo sulla leva della tassazione, suggerisce un recente studio del Danish Council on Climate Change, servirebbe portare la carbon tax dagli attuali 26 dollari a tonnellata alla soglia dei 200-250 dollari a tonnellata.

Quello che l’FMI suggerisce è di bilanciare gli interventi, agendo non soltanto sul fronte della tassazione delle emissioni ma anche sui prezzi dei prodotti finiti e sulla redistribuzione dei proventi delle imposte. Uno schema che, se applicato, avrà ripercussioni enormi su intere industrie.

Per la Danimarca il suggerimento sarebbe quello di aumentare la carbon tax fino a 100 dollari a tonnellata. Gli introiti di questa tassazione andrebbero redistribuiti alle famiglie con una riduzione dell’1% della tassazione, a parziale compensazione dell’aumento delle spese annue, stimato in media dell’1.8%. Gli interventi poi andrebbero calibrati settore per settore, applicando un sistema “bastone e carota” o, come scrive l’FMI, utilizzando feebates e rebates. Semplificato al massimo significherebbe aumentare i prezzi dei prodotti a maggior impatto ambientale e contemporaneamente ridurli per quelli “sostenibili”. Ad esempio applicando una tassazione sulle auto più inquinanti e contemporaneamente finanziare incentivi per l’acquisto di auto elettriche. Oppure, nel settore agricolo, tassare alimenti come la carne bovina – gli allevamenti intensivi sono fonte importante di gas serra – e “scontare” i prezzi dei prodotti provenienti da filiere ecosostenibili.

Questo sistema avrebbe due particolari pregi. Da un lato non andrebbe ad appesantire i costi delle famiglie, perchè a fronte di rincari verrebbero fornite alternative – beni potenzialmente sostituti – a prezzo ribassato. I rebates verrebbero in buona parte finanziati attraverso i feebates, con un effetto limitato sulle finanze pubbliche.

Va da sé la forza dell’impatto che una tale organizzazione di strumenti avrebbe sulla modalità di produzione dei beni e sulle abitudini di consumo delle famiglie.

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