Elezioni negli USA. Qualche indicazione dai mercati finanziari?

Le elezioni negli USA sono uno degli argomenti “caldi” del momento, anche sul fronte economico. I mercati finanziari possono dare qualche indicazione sul loro esito?

In un precedente post abbiamo provato ad individuare quelle che potrebbero essere le reazioni dei mercati finanziari all’esito delle elezioni negli USA, in programma il prossimo 3 novembre. Si può però provare a fare anche un discorso inverso? Vale a dire, è possibile ipotizzare l’esito finale delle elezioni indagando l’andamento dei mercati finanziari? Tre potrebbero essere gli indicatori utili in tal senso: il VIX, le serie storiche ed il Dollar Index.

Ma prima di andare a vedere se e cosa possono dirci questi tre indicatori, diamo uno sguardo ai sondaggi per capire come stanno le cose tra i due rivali, il repubblicano Donald Trump e lo sfidante democratico Joe Biden. Stando all’ottimo “tracker” del Financial Times, Biden avrebbe dalla sua 279 seggi, contro i 122 di Trump. Incertezza massima in 9 stati, tra i quali il Texas e la Florida. Guardando all’andamento dei sondaggi nazionali la tendenza è ad un tentativo di rimonta da parte di Trump (percentuali in crescita da luglio in poi), mentre rimane stabile (e non guadagna) lo sfidande Biden.

Questo quanto ci dicono i sondaggi. E i mercati finaziari? Un primo indicatore utile per capirci qualcosa può essere il VIX, il famoso indice della paura che misura il grado di volatilità presente sul mercato. Un aumento della volatilità è indice di maggiore incertezza che, nel caso delle elezioni USA, potrebbe significare un esito incerto. Guardando al contratto future di ottobre sull’indice VIX e confrontandolo con quello “spot” possiamo stimare se gli investitori si attendono un aumento o una diminuzione della volatilità sul mercato finanziario da qui al prossimo mese e mezzo. Il risultato di questo confronto ci dice che, ad oggi, l’aspettativa è per un aumento della volatilità. Il VIX “spot” ha chiuso venerdì scorso a 26.87, il future con scadenza fine ottobre segna 31 (con le scadenze a metà novembre e metà dicembre rispettivamente a 30 e 28).

Un altro possibile indicatore ce lo ricorda Paul Vigna, del Wall Street Journal, richiamando i dati elaborati da BTIG. Guardando alle serie storiche dello S&P500 si nota che, dal 1929 ad oggi, la presenza di un rally sull’indice nei mesi precedenti alle elezioni ha quasi sempre portato alla conferma del presidente in carica. In termini numerici, un S&P500 in rialzo nei tre mesi precedenti alle elezioni ha portato alla vittoria il presidente uscente in 9 casi su 10. Attualmente il principale indice statunitense non sta vivendo giornate esaltanti. Dopo il boom di agosto, settembre è partito in sordina, con un forte sell off sui titoli tecnologici. L’andamento sino a fine ottobre rimane incerto, i dati sul terzo trimestre e le nuove guidance aziendali sui profitti potrebbero ridare fiato alle quotazioni.

L’ultimo dei tre indicatori a cui è possibile guardare per cercare indicazioni sull’esito delle elezioni degli USA è il dollar index. L’indice “di forza” del dollaro nei confronti di un paniere di monete, dopo aver sfiorato i massimi a quota 100 in marzo, è lentamente scivolato giù. Un andamento che denota una preferenza da parte degli investitori per altre valute (euro e yen in primis). Secondo Gareth Berry di Macquarie la tendenza da qui a novembre sarà per un ulteriore indebolimento. Uno dei possibili fattori di questo comportamento potrebbe essere anche il “timore” degli investitori che una vittoria democratica porti ad una stretta fiscale (uno dei motori del rally azionario).

Riassumendo possiamo dire che, dai tre indicatori considerati, non emergono indicazioni univoche sul possibile esito delle elezioni di novembre. Anzi, in controtendenza rispetto ai sondaggi, dai mercati emerge un senso di incertezza molto pronunciato. Il risultato, sembrano dirci, è tutt’altro che deciso.

Foto di DWilliams

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