E se la diversificazione non bastasse più?

Il 2018 appena finito si è guadagnato l’appellativo di anno orribile per il mondo della finanza. Gran parte degli operatori ha sottolineato come tutte le principali asset class abbiano chiuso l’anno con un bilancio in rosso, facendo traballare molte sicurezze relative alla diversificazione.

Non è la prima volta che questo accade, una situazione simile è stata sperimentata anche nel biennio 2008/2009. Occorre, infatti, ricordare come la correlazione tra le varie asset class, cuore della diversificazione, sia aumentata negli ultimi anni. Tutto questo rende necessario valutare nuove strade per la gestione del rischio di un portafoglio.

Come ebbe a dire a ridosso della crisi del 2009 Mohamed El Erian, la diversificazione rimane necessaria ma non è più sufficiente per gestire il rischio di portafoglio, occorre qualcosa in più.

Una delle strade percorse negli ultimi anni per rispondere a questa nuova esigenza è stata quella di elaborare strategie capaci di incidere sul max drawdown di un investimento, vale a dire la differenza, in un determinato periodo, tra il punto di massimo del valore di un investimento ed il punto di minimo.

Gestire questo parametro significa sostanzialmente lavorare sulla volatilità dei portafogli. In termini grafici si direbbe che queste strategie tendono a ridurre la coda di distribuzione dei rendimenti, accentuando una asimmetria verso destra, ossia cercando di ridurre l’occorrenza di picchi di performance negativi.

Fermo restando tutto l’impianto relativo alla pianificazione finanziaria, dall’individuazione dei  bisogni alla gestione dell’orizzonte temporale di investimento, l’adozione di strategie complementari alla diversificazione e capaci di ridurre la volatilità sarà la nuova sfida per il futuro della gestione dei propri risparmi.

Ma quali sono queste strategie e come si possono mettere in pratica? Partiamo, in questo post, col definire i concetti di base, che sono sostanzialmente due:

2. Ampliare gli orizzonti della diversificazione.

La classica dicotomia azioni/obbligazioni non può più considerarsi sufficiente per definire un portafoglio adeguatamente diversificato. Occorre da un lato rivolgere lo sguardo ad altre classi di attività finanziarie, dall’altro “sfoltire” le storiche asset class, introducendo una selezione basata su considerazioni macroeconomiche (relazione con le varie fasi del ciclo economico) e finanziarie (analisi fattoriale).

2. Adottare un sistema di gestione del rischio.

Un sistema di gestione del rischio è sostanzialmente un insieme di regole, semplici e chiare, con le quali individuare, per una determinata attività finanziaria, il momento in cui acquistare o vendere. Tale sistema deve essere applicato meccanicamente, riducendo al massimo qualsiasi influsso emotivo e deve basarsi su parametri oggettivi, univocamente interpretabili.

Leggendo questi due punti le domande potrebbero sorgere spontanee: ma stiamo forse rivalutando il market timing e la security selection? Non si era detto che l’asset allocation spiega gran parte del rendimento di un portafoglio? All’apparenza potrebbe sembrare che quanto scritto sopra sia in contraddizione con i principi più volte ricordati anche in questo blog. In realtà si tratta di unire una visione di lungo periodo (strategia, asset allocation) con una gestione di breve periodo (tattica, market timing), con la seconda a supporto della prima.

La tattica viene in aiuto della strategia cercando di ridurre la dispersione dei rendimenti e di diminuire il max drawdown di un investimento.

L’applicazione dei due concetti sopra descritti ci porterà, nel prossimo post, a conoscere un primo semplice modello di strategia di investimento basato sul trend following, analizzandone pro e contro.

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