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Stati Uniti, com’è cambiata la reazione agli shock petroliferi: ora il rischio è la raffinazione

Stati Uniti, com’è cambiata la reazione agli shock petroliferi: ora il rischio è la raffinazione

Uno studio mostra come nel tempo gli shock petroliferi abbiano colpito sempre meno la crescita economica negli Stati Uniti. Resta persistente l’effetto sull’inflazione, amplificato dai problemi di capacità di raffinazione.

Nella settimana del 21 settembre scorso il diesel negli Stati Uniti ha toccato i 6,53 dollari al gallone, il livello più alto mai registrato dalle serie settimanali dell’Energy Information Administration (EIA). Sempre nel mese di settembre, la benzina è arrivata a costare in media 4,36 dollari al gallone, il 37,6% in più rispetto a un anno prima (dati Bureau of Transportation Statistics). Numeri eloquenti, eppure, dopo lo scoppio della crisi con l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’economia americana ha mostrato una robusta resilienza, i consumi hanno retto e con loro la crescita. In passato non è sempre stato così. A ricordarcelo è uno studio di Diego Känzig della Northwestern University, James Stock di Harvard e Luca Zanotti, pubblicato dal National Bureau of Economic Research.

Gli autori hanno passato in rassegna gli shock di offerta degli ultimi decenni, osservando come la risposta dell’economia a stelle e striscie sia cambiata nel tempo. Dopo il 2010 gli effetti recessivi si sono indeboliti, e questo perché contemporaneamente la produzione americana di greggio è quasi triplicata, tanto che dal 2019 gli Stati Uniti sono diventati un esportatore netto di petrolio.

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Oggi un rincaro del greggio non frena più la produzione industriale, che anzi cresce, e i maggiori guadagni di reddito e di ricchezza sostengono i consumi anche al di fuori del settore energetico. L’effetto sui prezzi al consumo, invece, è cambiato poco, ma una congiuntura più solida permette alla banca centrale di alzare i tassi più di quanto facesse in passato, come mostra l’andamento del rendimento dei titoli del Tesoro a un anno (la proxy che gli autori usano per misurare la politica monetaria). La Federal Reserve di Boston collega questa persistenza degli effetti inflazionistici proprio alla resilienza dell’attività economica.

Ma attenzione, i risultati di questo studio descrivono l’economia nel suo insieme, e un dato aggregato non permette di individuare chi paga il conto degli shock petroliferi. La Federal Reserve di Boston ha osservato una certa disomogeneità nella crescita, con regioni che guadagnano ricchezza e altre che la perdono. Ed è così anche sul fronte dell’occupazione: i posti di lavoro creati negli Stati produttori di petrolio compensano in parte quelli persi altrove. L’effetto inflattivo, invece, continua ad aumentare i costi di produzione e a ridurre il potere d’acquisto di chi usa l’energia, come le famiglie o le imprese di trasporto.

A questo punto, però, la domanda sorge spontanea: ma se gli Stati Uniti sono esportatori netti, quindi nei fatti non dipendenti dall’offerta estera di petrolio, cosa spinge i costi di produzione e di conseguenza i prezzi dei carburanti? La risposta, sembra nascondersi in una singola parola: raffinazione.

Lo studio appena descritto si occupa del greggio, ma alla pompa si paga un prodotto raffinato, il cui prezzo risponde a dinamiche in parte diverse. Un’analisi della Federal Reserve di Dallas dell’8 ottobre scorso stima che nel mondo siano ferme raffinerie per 6-8 milioni di barili al giorno, numeri che corrispondono al 10% della capacità totale. Si tratta di stop che dipendono in larga parte dai danni agli impianti mediorientali causati dalla guerra nel Golfo, a cui si aggiungono le restrizioni alle esportazioni di prodotti raffinati da Russia e Cina.

Questa riduzione ha fatto salire oltre i livelli del 2022 i margini di raffinazione, il cosiddetto crack spread, cioè la differenza tra il prezzo dei prodotti e quello del greggio da cui derivano. Secondo gli economisti della Fed di Dallas l’economia mondiale si trova ad affrontare uno shock di raffinazione che si somma a quello petrolifero, soprattutto per il diesel.

Gli Stati Uniti producono molto greggio, ma benzina e diesel si formano su mercati globali e le raffinerie statunitensi lavorano già quasi al limite. Tra maggio e settembre hanno funzionato in media a oltre il 95% della capacità, il livello più alto per quei mesi dal 1998, eppure la produzione complessiva è la più alta solo dal 2019. Questo perchè, dal 1998 ad oggi, la capacità complessiva di raffinazione è scesa del 4%, come ricorda l’EIA nell’analisi del 22 ottobre.

Sui prezzi, poi, hanno pesato le chiusure di alcuni importanti centri di raffinazione: LyondellBasell a Houston e Phillips 66 a Los Angeles, con una riduzione di quasi 400.000 barili al giorno; Benicia di Valero, 145.000 barili al giorno in meno, fermo da marzo scorso. La costa occidentale, collegata alla Costa del Golfo da pochi oleodotti, è la zona più colpita. Qui, a inizio ottobre, il diesel ha superato i 7 dollari al gallone.

In conclusione, per capire chi alla fine paga il conto bisogna seguire l’inflazione. A settembre i prezzi al consumo sono cresciuti del 3,7% su base annua, contro il 3,4% di agosto, e la Federal Reserve, che già a settembre aveva alzato i tassi, ha ribadito nella riunione di ieri che i prezzi restano surriscaldati. L’EIA prevede che nel 2027 il diesel scenda a circa 4,50 dollari e la benzina poco sotto i 3,60, ma solo se i flussi di petrolio torneranno regolari e le raffinerie estere ripartiranno.

Se la rivoluzione dello scisto ha messo l’economia americana al riparo dalla recessione, resta da capire per quanto i margini di raffinazione terranno alta l’inflazione. Il rischio è che una frenata dell’economia lasciata fuori dalla porta possa, attraverso un’inflazione persistente, rientrare dalla finestra.

Foto di Irfan Syahmi su Unsplash

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