La settimana economica dal 16 al 21 marzo 2026 è stata dominata ancora una volta dalla guerra in Iran e dagli effetti su petrolio e gas, con il rischio sempre più evidente di una crisi energetica di proporzioni considerevoli. Ma la settimana ha riservato novità importanti anche sul fronte delle banche centrali, mentre l’ENI annuncia la nuova politica di dividendi, Bezos raccoglie fondi per automatizzare la manifattura, i fondi semi-aperti di private credit continuano a soffrire e in Gran Bretagna c’è un problema indebitamento pubblico.
Italia. ENI, arriva il dividendo straordinario
La settimana italiana ha visto la presentazione del piano industriale 2026–2030 di ENI, avvenuta giovedì 19 marzo con il Capital Markets Update tenuto dall’amministratore delegato Claudio Descalzi. La vera novità è una politica di remunerazione a tre livelli: il dividendo ordinario è atteso a 1,10 euro per azione nel 2026, con un incremento di circa il 5%, mentre il programma di buyback iniziale è fissato a 1,5 miliardi, destinato a crescere fino a un massimo di 4 miliardi. Ma la notizia che ha catturato l’attenzione dei mercati è la terza componente: con il Brent sopra i 90 dollari al barile, o in presenza di incrementi del 50% del prezzo del gas o del margine di raffinazione, il gruppo distribuirà il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario. Una promessa mai formulata in questi termini nella storia del gruppo.
La dote andrà anche ai principali azionisti pubblici: la CDP, che detiene il 29,75% del capitale, e il Tesoro, che con il suo 2% aveva già incassato quasi 70 milioni di cedola ordinaria nel 2025. Secondo le analisi di Barclays, nello scenario più estremo con il Brent a 120 dollari, si potrebbe arrivare a 1,1 euro di dividendo straordinario aggiuntivo — il doppio di quello ordinario. Il mercato ha accolto favorevolmente: a Piazza Affari ENI ha guadagnato il 3,75% nella seduta del piano, con un rialzo complessivo da inizio anno che sfiora il 44%.
Martedì 17 marzo l’ISTAT ha pubblicato i dati definitivi sui prezzi al consumo di febbraio. L’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC) registra una variazione del +1,5% su base annua, in accelerazione rispetto al +1,0% di gennaio. La stima preliminare indicava però +1,6%: una revisione al ribasso che segnala un andamento dei prezzi leggermente più contenuto rispetto alle attese. Istat A trainare il rialzo sono stati soprattutto i servizi, con i trasporti in balzo dal +0,7% al +2,9% e i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona dal +3,0% al +4,9%. Sul fronte opposto, gli energetici regolamentati continuano a esercitare una pressione al ribasso, con un calo del -11,6%. Istat L’inflazione acquisita per il 2026 si attesta all’1,1%.
Con il conflitto in Iran entrato nella terza settimana, le istituzioni e gli istituti di ricerca italiani stanno iniziando a fare i conti. L’Italia, che importa il 75% del proprio fabbisogno energetico, il 90% del gas e il 95% del petrolio dall’estero, è tra i Paesi europei strutturalmente più esposti a questo tipo di shock.
Secondo l’Osservatorio Evolution Forum Business School, una PMI su due rischia la chiusura se il conflitto si protrae per un anno, mentre il governo ha già adottato misure parziali con il Decreto Bollette, introdotto prima dello scoppio del conflitto. L’I-Com (Istituto per la Competitività) sottolinea che nel breve termine lo scenario principale è quello di una “stagflazione da importazione” per Europa e Asia orientale: inflazione energetica in forte crescita e rallentamento della produzione industriale.
Europa, BCE e BoE un po’ meno colombe
Giovedì 19 marzo il Consiglio direttivo della BCE ha mantenuto i tassi invariati, per la seconda riunione consecutiva: il tasso sui depositi resta al 2%, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e quello sui prestiti marginali al 2,40%. La decisione era ampiamente attesa, ma sono le proiezioni macroeconomiche aggiornate a segnare la vera discontinuità.
La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Nello scenario di base, l’inflazione complessiva si collocherebbe in media al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028— una revisione netta rispetto all’1,9% previsto a dicembre. La crescita dell’area euro viene stimata allo 0,9% per il 2026, in calo dall’1,2% delle proiezioni di dicembre.
Nella conferenza stampa, Lagarde ha adottato un tono volutamente bilanciato, con i banchieri centrali in un “mood calmo, determinato e concentrato”, dopo che i membri del Consiglio direttivo si sono rivolti persino a un esperto militare per capire gli sbocchi del conflitto. Il messaggio è chiaro: nessuna fretta di alzare i tassi, ma nessuna esclusione. Lagarde ha sottolineato che la crisi energetica rafforza l’imperativo di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili. Nello scenario avverso più grave — con il Brent a 145 dollari in primavera — la crescita dell’area euro scenderebbe allo 0,4% e l’inflazione potrebbe toccare il 4,4% nel 2026.
Stessa data, esito atteso, messaggio sorprendente. La Bank of England ha mantenuto i tassi invariati al 3,75%, ma la decisione è stata accompagnata da un tono sorprendentemente hawkish che ha modificato le aspettative del mercato e ha sollevato la possibilità di rialzi dei tassi nei prossimi mesi.
La vera sorpresa è stata il voto: il voto unanime 9-0 ha sorpreso i mercati che si aspettavano due voti contrari a favore di un taglio. ING ha evidenziato che perfino il membro più accomodante del MPC ha discusso apertamente uno scenario di rialzo dei tassi. Goldman Sachs ha rivisto le proprie previsioni, aspettandosi ora che la BoE rimanga ferma per tutto il 2026, e ha riconosciuto che un rialzo a breve termine è un rischio significativo se lo shock energetico continua.
Venerdì 20 marzo l’ONS ha pubblicato i dati sull’indebitamento pubblico britannico di febbraio, e i numeri hanno sorpreso in negativo. Il settore pubblico ha registrato un indebitamento di 14,3 miliardi di sterline, quasi il doppio rispetto ai 7,4 miliardi previsti dall’Office for Budget Responsibility nel novembre 2025. Si tratta del secondo valore più alto per il mese di febbraio dall’inizio delle rilevazioni nel 1993, preceduto solo dall’anno pandemico del 2021.
Il dato è stato gonfiato soprattutto dagli interessi sul debito: i pagamenti per interessi del governo centrale hanno raggiunto 13 miliardi di sterline a febbraio, in aumento di 5,5 miliardi rispetto a un anno fa, con un contributo rilevante della componente legata ai gilt indicizzati all’RPI. Nel complesso, il debito netto del settore pubblico si attesta al 93,1% del PIL a fine febbraio 2026, un livello non visto dall’inizio degli anni Sessanta. La Cancelliera Rachel Reeves si trova ora in una posizione difficile: il conflitto in Iran e il rialzo dei rendimenti sui gilt riducono ulteriormente gli spazi di manovra fiscale proprio mentre cresce la pressione per nuovi interventi sulle bollette energetiche.
USA. Tra private credit in difficoltà, Bezos che automatizza e la Fed.
La settimana ha portato nuovi capitoli in una storia che seguiamo da settimane. Le richieste di riscatto da parte degli investitori nei fondi di private credit orientati al retail hanno raggiunto un livello record e non mostrano segni di rallentamento, mentre le turbolenze di liquidità continuano a propagarsi nel mercato del credito privato, che vale complessivamente 1.900 miliardi di dollari.
Le stime indicano che entro il secondo o terzo trimestre di quest’anno, oltre l’80% dei fondi semi-liquidi focalizzati sul debito registrerà deflussi netti di capitale, costringendo alcuni gestori a ridurre i bilanci lasciando scadere i prestiti o vendendoli sul mercato. Questa settimana Sixth Street Partners ha scritto agli investitori con un messaggio non conciliante: il settore del private credit potrebbe aver bisogno di anni per elaborare un “reset intenso ma giustificato”, destinato a produrre un’industria di direct lending più sana e resiliente. Il confronto con il blocco dei riscatti da Blackstone BREIT nel 2022 — nel settore immobiliare — è ormai esplicito. Il mercato aspetta la fine del trimestre per avere il quadro completo dei nuovi dati di riscatto.
La notizia finanziaria più discussa della settimana ha la firma del Wall Street Journal: il fondatore di Amazon Jeff Bezos è in trattative per raccogliere 100 miliardi di dollari per un fondo destinato ad acquisire imprese manifatturiere e infonderle con l’intelligenza artificiale. Il veicolo è stato descritto nei documenti per gli investitori come un “manufacturing transformation vehicle”, con un focus su settori come semiconduttori, difesa e aerospazio.
Il progetto si lega al suo startup Project Prometheus, co-fondato con l’ex dirigente di Google Vik Bajaj: lanciato con 6,2 miliardi di dollari di finanziamento, si concentra su sistemi di “physical AI” — intelligenza artificiale capace di simulare ambienti fisici come fabbriche, macchinari e catene di fornitura. Bezos ha già incontrato i principali gestori patrimoniali mondiali, si è recato in Medio Oriente per incontrare i rappresentanti dei fondi sovrani e ha fatto tappa a Singapore. Una mossa che, se si concretizzasse, segnerebbe probabilmente il più grande intervento privato mai realizzato sul manifatturiero industriale.
Per finire, la Fed ha tenuto la sua riunione di marzo questa settimana. I tassi sono rimasti invariati, come atteso. Dedicheremo un’analisi approfondita alla decisione e alle parole di Powell nel consueto approfondimento di lunedì.
Resto del mondo. Tra guerra, crisi energetica e banche centrali.
Venerdì 20 marzo Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, ha aggiornato i mercati con parole inequivocabili: la guerra in Iran ha creato “la minaccia alla sicurezza energetica più grande di sempre” e per far ripartire alcune infrastrutture nel Golfo Persico “ci vorranno sei mesi in alcuni casi, in altri molto di più”.
Sul fronte dei prezzi, le quotazioni del Brent erano passate da circa 71 dollari al barile alla vigilia del conflitto a superare quota 100 dollari intorno al 6 marzo, per poi raggiungere due picchi fino a 116 dollari il 19 marzo. Il rilascio record di 400 milioni di barili deciso dai 32 Paesi membri dell’IEA ha avuto un effetto temporaneamente calmante, ma Birol è stato esplicito: il rilascio “può fornire un cuscinetto temporaneo, ma non è una soluzione sostenibile”, e la condizione essenziale per un ritorno a flussi stabili di petrolio e gas rimane la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Sul piano logistico, si registrano i primi timidi segnali di allentamento selettivo: alcune petroliere di Paesi con relazioni con Teheran — India, Pakistan, Cina — sembrano aver attraversato lo Stretto con il transponder attivo, lasciando intravedere possibili corridoi negoziati con i Pasdaran.
Giappone: Bank of Japan ferma, ma il dibattito interno si scalda
Nella stessa giornata di giovedì 19 marzo, anche la Banca del Giappone ha lasciato i tassi invariati allo 0,75%, i più alti dal settembre 1995. La decisione è stata presa con un voto 8-1, con il board member Hajime Takata che ha proposto un rialzo all’1%. Il segnale è rilevante: la BoJ non esclude rialzi futuri, ma vuole prima valutare l’impatto del conflitto in Medio Oriente sull’inflazione interna — il conflitto eserciterà “pressioni al rialzo sull’inflazione, influenzate dalla recente crescita dei prezzi del petrolio greggio”. I risultati delle trattative salariali primaverili (shunto), attesi per il 23 marzo, saranno un ulteriore indicatore chiave. La maggior parte degli economisti stima il prossimo rialzo attorno all’ottobre 2026.
Mentre Fed, BCE, BoE e BoJ si sono fermate, la Reserve Bank of Australia ha fatto l’unica mossa restrittiva della settimana. In una decisione divisa cinque a quattro, il board della RBA ha alzato il cash rate di 25 punti base al 4,10%, il secondo rialzo consecutivo nel 2026, seguendo un analogo intervento a febbraio. La governatrice Michele Bullock ha motivato la scelta con la persistenza dell’inflazione domestica, riconoscendo che le tensioni in Medio Oriente “probabilmente aggiungeranno ulteriori rischi inflazionistici a livello globale e domestico”. L’inflazione australiana si attestava al 3,8% a gennaio su base mensile, ben sopra il target del 2-3%, con un PIL del quarto trimestre 2025 cresciuto del 2,6%. I grandi istituti (ANZ, CBA, NAB, Westpac) prevedono un ulteriore rialzo a maggio.
Per concludere la lunga carrellata di notizie, non possiamo non parlare di Cina. Pechino ha aperto l’anno con dati migliori delle attese: nei primi due mesi del 2026 la produzione industriale delle grandi imprese è aumentata del 6,3% su base annua, le vendite al dettaglio hanno raggiunto gli 8.600 miliardi di yuan (+2,8%), e gli investimenti in asset fissi sono cresciuti dell’1,8%, invertendo la tendenza negativa del 2025. Tuttavia, la Cina è al tempo stesso uno dei Paesi più esposti al blocco di Hormuz, essendo il principale acquirente del greggio iraniano — circa 3,3 milioni di barili al giorno — e ricevendo dalla regione del Golfo gran parte delle sue importazioni di gas naturale liquefatto. La contraddizione geopolitica è evidente: Pechino, alleata di Teheran, subisce in pieno le conseguenze di un conflitto che non ha causato.







