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ETS, la riforma che divide: costo per le imprese o leva per gli investimenti?

ETS, la riforma che divide: costo per le imprese o leva per gli investimenti?

Mentre l’industria chiede di sospendere il mercato europeo delle quote di CO2, il centro di ricerca Agora Energiewende invita a guardare ai ricavi, che nei prossimi dieci anni potrebbero superare i 600 miliardi di euro.

L’ETS è il mercato europeo delle quote di CO2 e il suo meccanismo è semplice. Centrali elettriche e grandi impianti industriali devono possedere una quota per ogni tonnellata di anidride carbonica che emettono, e il numero complessivo di quote diminuisce ogni anno del 4,3% fino al 2027 e del 4,4% a partire dal 2028. Per evitare che le imprese più esposte alla concorrenza internazionale spostino la produzione altrove, la maggior parte di esse riceve le quote gratuitamente. Un meccanismo, questo, che secondo Allianz Trade mette al riparo dai costi diretti del sistema oltre il 90% delle emissioni industriali. Si tratta però di una protezione si ridurrà gradualmente fino al 2034 per i settori coperti dal CBAM, ossia dal meccanismo che applica un prezzo del carbonio ai prodotti importati.

Con la guerra all’Iran, scoppiata il 28 febbraio, il caro energia ha riportato il sistema al centro dello scontro politico. L’Italia ha chiesto di sospenderlo e il ministro Urso lo ha descritto come una tassa aggiuntiva sulle imprese, mentre Confindustria ha avvertito del rischio di deindustrializzazione. Undici Paesi, tra cui Germania e Francia, hanno chiesto una revisione che garantisca maggiore stabilità e protegga dalla volatilità dei prezzi, senza però arrivare a invocare la sospensione. La Commissione ha risposto in due tempi, prima intervenendo sulla riserva che regola l’offerta di quote e sui parametri per le assegnazioni gratuite del periodo 2026-2030, poi con la proposta di riforma del 17 luglio.

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La proposta della Commissione mira a rallentare la riduzione del tetto, che dal 2031 scenderebbe del 3,7% l’anno fino al 2035 e dell’1,7% negli anni successivi. Le quote gratuite rimarrebbero attive fino al 2040, purché accompagnate da investimenti in decarbonizzazione, mentre si sposterebbe dal 2034 al 2038 il momento della sostituzione della protezione gratuita con il sistema CBAM.

La bozza è stata giudicata da Confindustria insoddisfacente perché produrrebbe effetti solo marginali nel breve periodo. E il nodo è effettivamente in quella locuzione: breve periodo. Ha senso smantellare un sistema come l’ETS, chiaramente di lungo termine, per una esigenza congiunturale, seppur estremamente critica? Non esiste una risposta certa, perchè quando si devono trovare risorse in tempi brevi, c’è sempre qualcosa da sacrificare. Si possono però mettere in fila un po’ di dati. Iniziando, innanzittutto, dal capire come si forma il prezzo delle quote e perchè è salito negli ultimi mesi.

Il prezzo di una quota nasce dall’incontro tra offerta e domanda, come per qualunque altra merce. L’offerta è decisa dalla politica, perché dipende dal tetto che si restringe ogni anno, dalle quote messe all’asta e da quelle regalate all’industria, ed è regolata anche dalla riserva stabilizzatrice, che toglie o rimette quote in circolazione. La domanda dipende invece dalle emissioni effettive di centrali e fabbriche, cioè da quanto si produce, da quanto gas o carbone si brucia, da quanto vento e acqua ci sono e da come va l’economia. Le quote si scambiano inoltre sui mercati finanziari come contratti a termine, e così il prezzo incorpora anche le attese sul futuro, soprattutto su quanto il sistema diventerà scarso e su quanto la politica sarà disposta ad ammorbidirlo. Nel 2026 questa combinazione ha prodotto un andamento a saliscendi. La quota ha toccato quasi 93 euro a metà gennaio, quando il mercato guardava alla scarsità attesa per il 2026 e il 2027, ed è poi scesa dopo che l’11 febbraio il cancelliere Merz aveva ipotizzato di rivedere o rinviare il sistema. Il minimo dell’anno, circa 64 euro, è arrivato il 19 marzo, giorno del vertice europeo che ha chiesto a Bruxelles la revisione. Da allora il prezzo è risalito fino agli 88 euro di ottobre, un livello superiore ai 74 euro di media del 2025, mentre un analista di Redshaw osserva che la proposta della Commissione lascia sostanzialmente intatta la stretta prevista per il 2026 e il 2027.

Il rapporto con il caro energia passa da due strade. La prima riguarda la domanda di quote, perché quando il gas rincara le centrali a carbone diventano più convenienti e, emettendo di più, richiedono più quote, il che tende a spingere il prezzo verso l’alto. La seconda strada va dal prezzo della quota alla bolletta. Le centrali a gas devono acquistare sul mercato tutte le quote di cui hanno bisogno e, quando sono loro a fissare il prezzo dell’elettricità, come accade spesso in Italia, ne trasferiscono il costo su tutta l’energia venduta all’ingrosso, comprese le fonti che non emettono. Secondo uno studio di Intesa Sanpaolo ogni 10 euro in più sulla quota aggiungono circa 4 euro a megawattora al prezzo finale in bolletta.

Molti analisti però, invitano a riflettere sulle cause del rincaro delle quote. Il prezzo della CO2 non ha avuto impennate considerevoli, nel 2026, come abbiamo visto, si è mosso tra circa 60 e 90 euro. Secondo i calcoli di Allianz Trade, a un prezzo di 65 euro e solo nei sistemi più legati ai combustibili fossili, il carbonio può arrivare a pesare il 9% della bolletta elettrica industriale. La stessa società avverte che il meccanismo non dovrebbe essere usato per gestire nel breve periodo i prezzi dell’energia.

Agora Energiewende, un centro di ricerca berlinese che si occupa di transizione energetica, propone di cambiare punto di vista e di guardare ai ricavi più che ai costi. Nel commento pubblicato il 15 ottobre, Julian Parodi e Benjamin Görlach ricordano che tra il 2031 e il 2040 le quote in circolazione scenderebbero da 12,6 a 5,4 miliardi, ma che gli analisti si aspettano un prezzo in forte crescita, da circa 88 euro di oggi a una media vicina ai 150. In queste condizioni le aste potrebbero fruttare più di 600 miliardi di euro, di cui fino a 300 resterebbero agli Stati e altri 150 passerebbero da strumenti europei come il Fondo per l’innovazione.

Il ragionamento di Agora è che questi ricavi esisteranno soltanto se il prezzo rimarrà alto, e per questo chiede di mantenere al 4,4% la riduzione annua del tetto almeno fino al 2035 e di proseguire l’eliminazione delle quote gratuite per i settori coperti dal CBAM. Invita inoltre a ridurre l’obiettivo di rimozioni permanenti di CO2 previsto dalla Commissione, perché a 250-300 euro la tonnellata finanziarle potrebbe assorbire dall’8 al 12% delle entrate nazionali, e a destinare tutti i ricavi degli Stati alla decarbonizzazione, con regole più trasparenti e tempi di erogazione più rapidi. Per gli autori, diluire l’ETS significherebbe privare l’Europa di una fonte di finanziamento che servirà a produrre energia pulita, economica e prodotta in Europa, e a rendere l’industria meno dipendente dai combustibili fossili importati.

Lo stesso prezzo viene dunque letto in due modi opposti, come un costo da alleggerire da parte di chi produce e come un’entrata da difendere da parte di chi deve finanziare gli investimenti. Esistono ragioni valide da entrambe le parti e proprio per questo il compromesso, esercizio tipicamente politico, sarà l’unica via per evitare di strozzare il sistema produttivo nel breve e garantire un futuro industriale sostenibile (leggasi meno dipendente dalle importazioni) nel lungo termine.

Foto di Daniel Moqvist su Unsplash

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