Il petrolio rimane protagonista sui mercati finanziari. Questa mattina il future sul Brent con scadenza a dicembre scambia attorno a 104 dollari al barile, mentre la scadenza a breve termine (ottobre) registra un prezzo attorno ai 120 dollari. Quasi 20 dollari di distanza che raccontano plasticamente la situazione: un mercato in cui la scarsità immediata pesa più di qualsiasi aspettativa. Tuttavia, le nuove stime di OPEC e IEA da un lato e la struttura dei prezzi dall’altra disegnano un quadro molto incerto per l’oro nero nei prossimi mesi.
Partiamo dalle stime relative alla domanda di petrolio. Nel bollettino mensile pubblicato il 13 ottobre scorso l’OPEC prevede per il 2026 una crescita di 0,2 milioni di barili al giorno (sesta revisione al ribasso consecutiva), mentre per il 2027 la domanda dovrebbe salire di 2,7 milioni di barili al giorno. L’IEA, nel rapporto pubblicato ieri, vede invece un 2026 in contrazione di 2,6 mb/d, mentre l’anno prossimo potrebbe esserci un recupero parziale – +2 milioni di barili – che lascerebbe comunque il volume complessivo al di sotto dei livelli toccati nel 2025. Per il 2026, quindi, tra le due stime c’è una differenza di 3,3 milioni di barili al giorno, non poca cosa se si pensa che corrispondono a circa il 3% dei consumi mondiali.
Sul lato dell’offerta pesa, ovviamente, la crisi in Medio Oriente. A settembre la produzione mondiale è risalita di 2,5 milioni di barili al giorno, ma resta in calo di 5,8 milioni di barili al giorno su base annua e solo nel 2027 dovrebbe tornare a registrare una crescita (+7,7 milioni di barili al giorno). Le scorte sono scese di 509 milioni di barili e il mercato resterà in deficit fino a fine anno, con un ritorno al surplus atteso nel 2027.
Questa lettura si può leggere anche nella struttura dei prezzi dei contratti future. Oggi la curva ICE relativa al Brent parte da 104,4 dollari a dicembre, scende a circa 99 dollari a febbraio, a 92 a giugno e a 85 a dicembre 2027, fino a 77 a dicembre 2028. È una classica situazione di backwardation, vale a dire che i prezzi a pronti sono più alti di quelli a termine, il segnale tipico di un mercato che per la scarsa disponibilità immediata di greggio paga di più per acquistarlo oggi rispetto ad acquistarlo tra 3/6/12 mesi e oltre. Rispetto a settembre si è un po’ attenuata (circa 5 dollari tra prima e terza scadenza, 10 tra prima e sesta). Ma se torniamo a luglio scorso, la curva era addirittura in una situazione di contango (ossia prezzi a termine più alti di quelli a pronto). La struttura dei prezzi sul petrolio WTI è meno ripida rispetto a quella del Brent, ma conferma la backwardation.
Se la situazione è abbastanza chiara, non si può dire lo stesso sul futuro dei prezzi del greggio. Una recentissima ricerca della Fed ci mette in guardia: la backwardation rende meno affidabili i prezzi dei future.
Per capire cosa dicono i future occorre partire da una premessa: il prezzo a termine non coincide con il prezzo che ci si attende in futuro. In quel numero, infatti, è incluso anche un premio per il rischio, vale a dire il rendimento in più (o in meno) che incassa chi compra il contratto rispetto all’andamento effettivo del prezzo. La nota della Fed lo collega alla pendenza della curva: più la backwardation è marcata, più il premio tende a diventare negativo.
La ragione sta nella correlazione con le Borse. Oggi il petrolio si muove in senso opposto alle azioni: rincara quando il conflitto peggiora e i listini scendono, mentre la correlazione media dal 2000 era positiva (+18%). Chi compra future si protegge quindi dallo scenario peggiore e, come con un’assicurazione, accetta di rinunciare a qualcosa: da qui il premio per il rischio che diventa negativo. Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente la stima di questo premio è −5,4% a tre mesi, −4,3% a sei e −7,6% a un anno, contro rispettivamente +2,0%, +3,2% e +4,9% nella media dal 2000. Nello stesso periodo il WTI spot è stato in media a 91,89 dollari, mentre i future a tre, sei e dodici mesi quotavano 82,23, 76,52 e 71,99: la curva sconta già un calo, ma secondo la stima ne servirebbe uno ancora più ampio per allinearla alle attese. In pratica i future tenderebbero a sovrastimare il prezzo che il petrolio avrà. Contribuisce la scarsa liquidità: la profondità degli ordini è diminuita su tutte le scadenze e, a differenza delle crisi precedenti, in cui si recuperava in poche settimane, non migliora da oltre cinque mesi. Questo può gonfiare i premi di liquidità soprattutto sulle scadenze lunghe.
In conclusione, l’attuale struttura di prezzi sembra essere più influenzata dalla scarsità di greggio che da vere e proprie previsioni sul futuro andamento di domanda e offerta. E se questo verrà confermato, suggerisce con moltissima cautela la Fed, il calo dei prezzi del petrolio per il prossimo anno potrebbe essere molto più accentuato.
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