Doveva essere la seconda quotazione più grande della storia del mercato azionario australiano, dopo quella di Telstra nel 1997. Ma venerdì scorso Firmus Grid Ltd, società di data center per l’intelligenza artificiale, ha invece ritirato l’offerta. Una notizia che è passata abbastanza inosservata alle nostre latitudini, ma che ben rappresenta lo stato d’animo degli investitori nei confronti di quanto ruota attorno all’IA. All’entusiamo, infatti, sembra essersi affiancato un sinistro presentimento di ipervalutazione.
Ma proviamo a riassumere quanto accaduto. L’offerta confezionata da Firmus prevedeva un valore di 11 dollari australiani per azione, pari ad una valutazione di circa 30,6 miliardi di dollari USA – quasi il triplo dei 10,5 miliardi del round privato di agosto – e parlava di forte interesse da parte di investitori strategici e internazionali.
Secondo la ricostruzione diffusa da diverse agenzia di stampa, il problema è emerso martedì notte: i gestori americani, su cui le banche contavano per una quota importante, hanno comunicato uno dopo l’altro che il prezzo – gli 11 dollari per azione – era troppo alto. Di fronte a questa situazione c’è stato il tentativo di salvare l’operazione, proponendo un’offerta ridotta a circa 3 miliardi e con una valutazione tra 20 e 25 miliardi, senza convincere nessuno. Giovedì la raccolta è stata chiusa senza alcuna indicazione su prezzo e struttura, e il titolo Maas Group, azionista di Firmus, è arrivato a perdere il 30% a Sydney, il calo più forte mai registrato. Venerdì la società ha spiegato, come riporta Reuters, che i termini non rispecchiavano la forza del business, e che cercherà capitali sul mercato privato.
Ma cosa ha fatto drizzare le antenne agli investitori? Qualcuno ha citato le vicissitudini passate del fondatore, qualcun’altro il particolare momento di “risk off” che si è materializzato sul mercato in quei giorni nei confronti del settore tecnologico. Ma l’impressione è che siano i numeri del business di Firmus a dare la risposta più convincente. Nell’ultimo esercizio, infatti, Firmus ha registrato ricavi per 51 milioni, e della pipeline di 912 megawatt solo 46 risultavano già esistenti. La valutazione, ferma ad aprile 2025 a meno di 2 miliardi, è passata a 5,5 miliardi ad aprile 2026, poi a 10,5 ad agosto, per finire ai 30 miliardi dell’offerta. Il prezzo fissato veniva giustificato nell’offerta con un multiplo di 13 volte l’utile operativo (EBIT) atteso fra due anni.
Detto in parole semplici, ai nuovi investitori si chiedeva di pagare oggi utili futuri concretizzabili con impianti ancora in larga parte da costruire e con miliardi da spendere ancora non disponibili. UniSuper, uno dei maggiori fondi pensione australiani, aveva dichiarato già a luglio che non avrebbe partecipato, perché si sapeva troppo poco del business. Molti investitori, scrive l’agenzia Bloomberg, avrebbero anche accettato una valutazione intorno ai 25 miliardi, ma l’accordo con Meta annunciato pochi giorni prima della fissazione del prezzo è sembrato a molti come una forzatura, aumentando sia la valutazione dell’azienda, sia la diffidenza nei suoi confronti.
Il caso mostra anche quanto siano fitti gli intrecci nel settore. Nvidia è azionista di Firmus con il 7,2% – secondo quanto riporta ABC – e allo stesso tempo ne è fornitore, perché i chip che Firmus noleggia a clienti come Meta e OpenAI sono suoi. Circa metà delle azioni dell’offerta sarebbe andata ad investitori già presenti nel capitale della società che peraltro, secondo indiscrezioni di stampa, non sarebbero stati vincolati da un periodo di blocco delle vendite. Quando fornitore, azionista e cliente si sovrappongono, diventa più difficile distinguere la domanda del mercato dal sostegno di chi ha già un interesse nell’azienda.
Abbandonata per ora l’idea di sbarcare sul mercato, Firmus proverà a raccogliere nuovi fondi con un round privato ridotto, rivolto agli attuali investitori. Probabilmente un’offerta con numeri più solidi permetterà presto alla società australiana di approdare sul listino, ma resta l’impressione che nel fertile terriccio della rivoluzione tecnologica aumenti costantemente il rischio di incrociare germogli senza radici.
Foto di Paul Hanaoka su Unsplash





