A fine settembre scorso, Nvidia ha autorizzato un programma di riacquisto di azioni proprie da 150 miliardi di dollari. Detta così sembra quasi qualcosa di normale, ma le valutazioni cambiano se pensiamo che quella cifra è superiore alla capitalizzazione di circa l’84% delle società dell’S&P 500. Insomma una cifra record che ha nuovamente riscaldato il dibattito sulle operazioni di buyback, facendo circolare anche espressioni ad effetto come “fenomeno ai massimi storici”.
Ma qui rischia di nascere un po’ di confusione. L’autorizzazione, infatti, è un tetto, non un impegno. Il consiglio di amministrazione dà all’azienda il permesso di spendere fino a quella somma, ma non la obbliga a farlo, né dice in quanti anni. Insomma, quando si legge che i buyback sono “ai massimi storici”, conviene chiedersi che cosa venga effettivamente misurato. E allora andiamo a vedere un po’ di numeri.
Operazioni e annunci di buyback sono effettivamente in crescita, ma su scale differenti. Guardando gli annunci, le cifre raccolte da società specializzate come Birinyi o EPFR ci dicono che le autorizzazioni deliberate dalle società nel 2026 si mantengono su livelli eccezionali. La cassa effettivamente spesa, che S&P Dow Jones Indices ricostruisce dai bilanci trimestrali, ci dice che nei dodici mesi chiusi a settembre 2025 le società dell’S&P 500 avevano riacquistato azioni per circa 1.020 miliardi di dollari, superando per la prima volta quota mille miliardi. Un anno prima erano 918 miliardi, quindi l’11% in meno; il 2024 si era chiuso a 943 miliardi, il massimo annuale di allora, contro i 795 del 2023. Il trimestre più ricco di sempre resta il primo del 2025, con 293 miliardi, mentre il terzo ne ha segnati 249, quasi il 10% in più dello stesso periodo dell’anno precedente. E il 2026? Nel primo trimestre la spesa effettiva per buyback è cresciuta di appena l’1% circa, mentre gli investimenti in conto capitale dei grandi gruppi tecnologici sono balzati di circa il 38%. Gli annunci restano dunque abbondanti, ma la cassa comincia a essere contesa da un altro protagonista.
Il perché le aziende ricorrano ai riacquisti è un tema già affrontato, e basta ricordarne l’essenza. Comprare le proprie azioni ne riduce il numero in circolazione e quindi fa salire l’utile per azione. È uno strumento più flessibile del dividendo, che nessuno vuole tagliare, perché un buyback può essere rallentato senza che il mercato lo legga come un segnale di allarme. Serve inoltre a compensare le azioni distribuite ai dipendenti come parte della retribuzione.
Più interessante è capire se la dinamica degli ultimi anni è destinata a continuare, o se all’orizzonte possono esserci degli ostacoli.
Per rispondere bisogna partire da un primo aspetto interessante, vale a dire quanto il fenomeno sia concentrato. Le prime venti società valgono il 45% dei riacquisti degli ultimi dodici mesi, circa 464 miliardi su 1.020, e nel solo terzo trimestre la quota sfiora il 50%. Apple da sola ha speso circa 97 miliardi in un anno, seguita da Alphabet con 56, Nvidia con 52 e Meta con 44, mentre tra i primi nomi compaiono molte banche, da JPMorgan a Wells Fargo, da Bank of America a Citigroup, che hanno più margine di distribuzione dopo gli stress test.
Per il mercato questo significa una domanda di azioni stabile e prevedibile: le società sono tra i maggiori acquirenti netti di titoli americani. Hanno però un calendario preciso, perché non possono comprare nelle settimane che precedono la pubblicazione dei risultati, di solito dall’ultima fase del trimestre fino a due giorni dopo l’annuncio. La riapertura di queste finestre, tra metà ottobre e inizio novembre, è così uno dei fattori tecnici che sostengono i prezzi.
Va ricordato anche quanto sia alta la quota di utili che esce verso gli azionisti: nei dodici mesi a settembre 2025, dividendi e buyback insieme sono stati circa 1.685 miliardi, quasi il 78% degli utili operativi, un margine che lascia poco spazio se gli utili dovessero rallentare.
A quanto detto sopra, relativamente alla situazione statunitense, occorre ricordare un paio di punti. Il primo è politico: lo Stock Buyback Accountability Act del 2026, sostenuto da Schumer, Wyden e Warren, porterebbe l’imposta dall’1% al 4%, con un gettito che gli analisti stimano in circa 246 miliardi di dollari in dieci anni. Il secondo – ne abbiamo già accennato sopra – è industriale: la corsa all’intelligenza artificiale spinge i grandi gruppi a investire in data center e chip, in parte indebitandosi, e questo sottrae risorse alla remunerazione degli azionisti.
Insomma, tra annunci di buyback record e operazioni che rallentano rimane da capire se il 2025 sarà ricordato come il picco di un’epoca.
Foto di Austin Hervias su Unsplash





