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Gender gap, quando il divario salariale non racconta tutta la storia

Il 5,3% di differenza oraria fotografa soltanto chi un lavoro ce l’ha, mentre il Report di UN Women Italy ricorda che l’occupazione femminile è la più bassa dell’Unione europea. Negli Stati Uniti il quadro si rovescia

Chi si fermasse ai titoli apparsi sulla stampa nelle scorse settimane potrebbe credere che l’Italia sia quasi un modello di parità salariale in Europa. Secondo i dati Eurostat, infatti, le donne italiane hanno guadagnato nel 2024 il 5,3% in meno all’ora rispetto agli uomini, contro l’11,1% medio dell’Unione europea. Ma come detto, quel 5,3% nasconde una realtà un po’ più complessa e per molti versi meno incoraggiante.

Per capirlo occorre andarsi a leggere l’ultimo Report nazionale di UN Women Italy, realizzato in collaborazione con Deloitte. Il primo numero che balza all’occhio è anche quello che smorza gli entusiasmi rispetto alla lettura vista in precedenza. In Italia, infatti, lavora soltanto il 58% delle donne tra 20 e 64 anni contro il 77,1% degli uomini, un divario di 19,1 punti che è il doppio rispetto alla media europea di 9,6. Secondo i calcoli di UN Women il nostri paese si colloca al primo posto nell’Unione, seguito dalla Romania al 59,5%.

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Ma se queste percentuali non fossero sufficienti a riportarci alla desolante realtà, ci sono altri numeri che rendono il quadro ancora più fosco.

Tornando a quel 5,3% di differenza tra la paga oraria di un lavoratore e di una lavoratrice, infatti, bisogna considerate il peso del settore pubblico. Secondo i calcoli dell’organizzazione dei consulenti del lavoro, citata da Italia Oggi, le donne sono il 55,6% degli occupati pubblici, con un divario salariale è del 5,2%. Le cose cambiano drasticamente se ci focalizziamo sul settore privato. Qui il gap sale al 15,9%. Il rendiconto di genere dell’Inps ha calcolato per il 2024 una retribuzione giornaliera inferiore del 25,7% per le donne.

Da cosa deriva questo scarto? Una parte della differenza è spiegata dalla modalità di impiego. L’utilizzo del part time è ampiamente diffuso tra le lavoratrici, con il 13,7% di loro che si trova costretta ad utilizzare questo tipo di contratto, una percentuale più di tre volte maggiore rispetto ai colleghi uomini.

Il punto di rottura è spesso la nascita dei figli. Nel 2025 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha convalidato 59.770 dimissioni di genitori con figli piccoli e 40.628 riguardano madri, il 68% del totale. Tra le motivazioni indicate dalle madri prevalgono le difficoltà legate ai servizi per l’infanzia, con il 46,4%. Tra quelle dei padri pesa invece il passaggio a un’altra azienda, con il 62,3% contro il 14,1% delle madri. UN Women Italy aggiunge che tra i genitori di 25-54 anni con figli minori lavora il 61,6% delle madri contro il 91,5% dei padri e che il congedo di paternità è di dieci giorni.

Anche ai vertici la situazione è sbilanciata. Sempre secondo UN Women Italy le donne occupano il 27,9% delle posizioni dirigenziali contro il 35,2% della media europea e sono amministratrici delegate nel 2,9% delle società quotate contro il 9,2% in Europa. Il cruscotto del G7 basato su dati Ocse mostra però un’Italia sopra la media nei consigli di amministrazione delle maggiori quotate, con il 44,6% di donne nel 2024 contro il 32,5% medio Ocse.

Gli indici internazionali confermano il quadro. L’Indice europeo di uguaglianza di genere dell’Eige assegna all’Italia 61,9 punti su 100 contro i 63,4 dell’Unione e la colloca ultima nel campo del lavoro, con 61,0 punti. Il Global Gender Gap Report 2026 del World Economic Forum vede l’Italia all’83° posto su 145 paesi, due posizioni più in alto dell’anno scorso, ma al 121° nella partecipazione economica con 60,0 punti, contro i 69,5 dell’Europa.

Negli Stati Uniti il problema si presenta rovesciato. Secondo il Census Bureau le donne occupate a tempo pieno tutto l’anno hanno guadagnato nel 2025 l’83,9% degli uomini, in risalita dall’80,6% del 2024. Il divario è quindi del 16,1% e supera quello orario italiano ed europeo, anche se la misura è diversa perché usa i redditi annui mediani e non la paga oraria media. Sulla percentuale di occupati lo scarto è invece più contenuto. Il Bureau of Labor Statistics indicava per il 2024 una differenza di 10,7 punti tra gli occupati di 25-34 anni e di 11,7 tra quelli di 35-44 anni, mentre in Italia nel 2025 tra 25 e 54 anni Eurostat registra uno scarto di quasi 20 punti. Pesa anche il sostegno alle famiglie, perché negli Stati Uniti la legge federale non obbliga i datori di lavoro privati a concedere alcun congedo retribuito e la copertura dipende da alcuni stati e dalle singole aziende.

Insomma, il gender gap non si può misurare solo sul divario salariale, perchè questo dato può essere fuorviante. Un gap salariale basso può convivere con un’ampia esclusione delle donne dal mercato del lavoro, mentre un gap alto, come quello statuninense, può convivere con una partecipazione più diffusa. La direttiva europea sulla trasparenza retributiva, che gli Stati dovevano recepire entro giugno scorso, renderà visibili le differenze dentro le imprese, ma chi un lavoro non ce l’ha rimane nell’ombra di statistiche a volte troppo ottimistiche.

Foto di Christina @ wocintechchat.com M su Unsplash

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