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Global Innovation Index 2026, oltre la classifica qualcosa si muove. Per l’Italia più risultati che risorse

Il Global Innovation Index 2026 conferma i leader di sempre e colloca l’Italia al 27º posto con tanti risultati e poche risorse. La Cina avanza sul fronte della spesa.

In un anno di turbolenza economica e geopolitica, la geografia mondiale dell’innovazione cambia poco. È quanto emerge dal Global Innovation Index 2026, il rapporto dell’OMPI (l’agenzia dell’ONU per la proprietà intellettuale) che misura la capacità innovativa di 139 economie mondiali. Ma se le posizioni nella classifica sembrano “congelate”, un’analisi un po’ più approfondita mostra dinamiche molto interessanti.

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla classifica. La Svizzera resta prima per il sedicesimo anno consecutivo, seguita da Svezia e Stati Uniti; Corea del Sud e Singapore consolidano quarta e quinta posizione. Tra le prime 15 posizioni non c’è nessuna new entry rispetto all’anno scorso. L’Europa conta 14 Paesi nelle prime 25 posizioni, con i Paesi Bassi al 7º posto e l’Austria al 18º mentre il Portogallo entra nei primi 30.

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Un primo dato significativo – e che dovrebbe far riflettere – arriva proprio guardando i numeri dell’Italia. Il nostro paese sale al 27º posto, appena davanti alla Spagna ma distante dal 13° della Francia e dall’11° della Germania. Ad attirare l’attenzione, però, è un dato in particolare: i risultati dell’innovazione italiana valgono il 16º posto, ma per risorse messe in campo il nostro paese si ferma al 36º. Il Paese eccelle nella diversificazione dell’industria interna (2º), nella certificazione di qualità (3º) e nei disegni industriali (4º), ed è 12º per investitori aziendali in ricerca e sviluppo. Tra i poli di innovazione mondiali, Milano è 56ª e Roma 81ª (Shenzhen–Hong Kong–Guangzhou sul podio). Le potenzialità ci sono, le risorse meno e resta da capire se questa possa essere una situazione sostenibile a lungo, ovvero quanto possiamo restare competitivi senza adeguate risorse in campo.

Altro aspetti molto interessante della ricerca riguarda la difficoltà da parte delle economie a medio reddito di fare l’ultimo passo per diventare a tutti gli effetti economie ricche. Cina, India, Vietnam, Turchia, Filippine, Marocco e Indonesia sono i paesi a medio reddito che dal 2013 hanno guadagnato più terreno, costruendo imprese, esportazioni, servizi digitali e finanza per le startup. Ma fatta eccezione per la Cina, che registra 21 indicatori su 25 su livelli da economia ricca, per gli altri paesi si sta creando una sorta di “soffitto di vetro”; una difficoltà a sfondare quel muro e passare alla classe superiore. La convergenza con le economie ricche è più facile nella produzione, nell’export e nella proprietà intellettuale ma non nella ricerca, dove la capacità si costruisce lentamente.

Abbiamo citato la Cina. Guardando alla spesa mondiale in ricerca e sviluppo, il Global Innovation Index ci dice che è salita del 4,7% reale nel 2024, e a parità di potere d’acquisto la Cina (860 miliardi di dollari) ha sopravanzato gli Stati Uniti (850). Sul fronte del capitale di rischio, la ricerca sembra indicare un principio di concentrazione. Nel 2025 i valori delle operazioni sono cresciuti del 28% a 510 miliardi, con l’intelligenza artificiale che ne rappresenta il 53% del totale. Allo stesso tempo, però, il numero di operazioni è calato dell’1,4%.

La ricerca, quindi, non sembra arrestarsi, ma allargando lo sguardo l’impressione è che accusi un po’ di fatica. il Global Innovation Tracker mostra indicatori quasi tutti in crescita, ma per circa tre quarti sotto la media dell’ultimo decennio.

Foto di Jonas Morgner su Unsplash

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