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Piccole imprese e intelligenza artificiale e quel dato a sorpresa sulle assunzioni

Il 46% delle piccole imprese americane con dipendenti usa già strumenti di IA e chi li usa si aspetta più assunzioni di chi ne è fuori. La Bce trova lo stesso segno nell’area euro, mentre altre indagini fanno pensare il contrario.

Nel dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro pesa una domanda su tutte, ovvero se le imprese che adottano questi strumenti finiranno per assumere meno. La Federal Reserve Bank di New York ha provato a rispondere chiedendolo ai titolari delle piccole imprese, e per ora la risposta va in direzione opposta ai timori più diffusi.

Lo studio di Will Aarons e Asani Sarkar, pubblicato l’8 ottobre su Liberty Street Economics, si basa sulla Small Business Credit Survey, rilevata tra settembre e novembre 2025. La parte dedicata all’IA riguarda 5.248 imprese con almeno un dipendente, ponderate per rappresentare l’insieme delle imprese americane di questo tipo. Per la Fed una piccola impresa arriva a 499 addetti, circa il doppio della soglia europea, e il rapporto sull’indagine precisa che il campione non è casuale. Il 46% dichiara che l’azienda o i suoi dipendenti usano strumenti di IA, soprattutto per scrivere testi e fare marketing, e un altro 15% pensa di adottarli entro dodici mesi.

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Alle imprese è stato chiesto come cambieranno ricavi e organico nei dodici mesi successivi, e dalla differenza tra chi prevede un aumento e chi prevede un calo si ricava un saldo netto. Per l’occupazione il saldo è di 33 punti percentuali tra chi usa l’IA e di 15 tra chi non la usa, mentre sui ricavi si passa da 21 a 48. Una parte del divario dipende però da altre caratteristiche, perché le imprese più giovani, più redditizie e con oltre dieci dipendenti guardano al futuro con più fiducia in generale. A parità di queste condizioni e dell’andamento recente dell’organico il vantaggio degli utilizzatori scende a 10 punti sull’occupazione e a 14 sui ricavi, ma non scompare.

Per escludere che dietro ci sia solo l’ottimismo dei titolari gli autori hanno poi distinto le imprese per condizione finanziaria. Il divario resta e tra quelle in condizioni discrete o scarse arriva a 21 punti sull’occupazione, contro i 10 delle imprese in buona salute. Gli stessi autori ricordano che si tratta di associazioni e non di effetti dimostrati, e che si misurano attese e non fatti. Il saldo netto, inoltre, non permette di separare le assunzioni dai licenziamenti.

Il confronto più diretto arriva dall’area euro, dove la Bce ha inserito domande sull’IA nella sua indagine sull’accesso ai finanziamenti delle imprese, condotta a giugno e dicembre 2025 su circa 6.000 imprese di dodici paesi. Secondo l’Occasional Paper n. 395 circa il 70% dichiara un uso almeno sperimentale ma solo il 7% un uso significativo. Anche qui il segno sull’occupazione è positivo, perché il Bollettino economico indica per le imprese con un uso significativo una crescita attesa dell’organico superiore di 1,3 punti a quella delle imprese che non usano l’IA, a parità di settore, paese e dimensione. I dati non mostrano per ora segnali di tagli legati alla tecnologia.

L’Italia chiude la classifica. Secondo la Bce usa l’IA in qualche forma il 52% delle imprese italiane, contro il 65% dell’Irlanda, penultima, e l’85% dei Paesi Bassi. L’Istat, che guarda alle imprese con almeno dieci addetti e alle singole tecnologie, indica per il 2025 una quota del 16,4% contro il 20% medio dell’Unione europea rilevato da Eurostat. La distanza tra il 16% e il 52% dipende in gran parte da come è posta la domanda e da quali imprese sono incluse, e dà la misura di quanto sia delicato confrontare indagini diverse. Sulle imprese con almeno 50 addetti la Banca d’Italia non trova effetti negativi sull’occupazione complessiva ma uno spostamento verso profili più qualificati.

Foto di Jo Lin su Unsplash

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