Petrolio in rialzo, rendimenti obbligazionari in salita e una Fed che a settembre ha alzato i tassi per la prima volta in tre anni: presentando i risultati trimestrali, David Solomon (Goldman Sachs) e Jamie Dimon (JPMorgan) hanno dato la loro lettura della situazione. Proviamo a metterle a confronto.
Sui tassi la distanza è netta. Solomon ha ricordato che il decennale americano si è mosso di circa 75 punti base da luglio, ma che un rendimento del 5% non lo spaventa: per gran parte degli ultimi decenni è stato più alto, e a danneggiare i mercati sono semmai i movimenti bruschi. Dimon non fa previsioni, ma si prepara. Interrogato sull’ipotesi di un decennale al 6% con ulteriori rialzi della Fed, non l’ha esclusa: potrebbe nascere da forte domanda di capitale e produttività, oppure da un’inflazione persistente alimentata da fattori esteri. E ha ribadito di aver sempre ritenuto questo rischio più probabile di quanto pensino gli altri.
Sulla crescita i due concordano sul presente. Solomon parla di un’economia solida, con PIL al 2,2%, utili in aumento e un mercato del lavoro resiliente. Dimon, nel comunicato riportato da Fortune, cita investimenti e consumi, ma elenca anche deficit pubblici elevati, inflazione persistente e prezzi delle attività alti tra le tensioni che si muovono sotto la superficie. Il direttore finanziario Jeremy Barnum ha spiegato che i consumi sono in salute grazie all’occupazione, con la spesa con carte in crescita del 10% annuo; una stretta monetaria aggressiva e prolungata, però, porterebbe più disoccupazione e perdite sul credito.
Risperto all’altro tema caldo del periodo, l’intelligenza artificiale, Solomon cita studi secondo cui la costruzione dei data center americani potrebbe richiedere oltre 10.000 miliardi di dollari entro il 2032, circa il 3,6% del PIL ogni anno, con una domanda di potenza di calcolo superiore all’offerta. Il capo di Goldman ammette però che nessuno sa come evolverà il settore, vede il rischio di un effetto di spiazzamento se i tassi salgono e prevede un riassestamento, con qualche scossone. JPMorgan insiste sui limiti: l’esposizione è oggi modesta, ma nessuno sarebbe immune a un cambio di sentiment, perché il tema è ormai diffuso fino ai finanziamenti del capitale circolante. Elemento curioso e indicativo allo stesso tempo: Dimon ha aggiunto che JPMorgan non adotterà agenti di intelligenza artificiale esterni, giudicandoli troppo rischiosi.
Anche sul credito le posture dei due big della finanza statunitense divergono. Dimon ha detto che JPMorgan sta irrigidendo le condizioni, perché in alcuni segmenti sono diventate troppo permissive, con covenant più deboli. Goldman ha accantonato 368 milioni di dollari per gestire i rischi, ma attribuisce le svalutazioni a pochi nomi non correlati, senza segnali di problemi più ampi.
Le differenza di vedute riflette forse anche i modelli di business. Goldman vive di mercati attivi e può leggere nei tassi alti un ritorno alla normalità storica. JPMorgan, che raccoglie depositi e presta a famiglie e imprese, guarda soprattutto alla loro tenuta.
Foto di Tomas Martinez su Unsplash





