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Stati Uniti, piccole imprese: l’ottimismo si indebolisce e l’inflazione rimane una preoccupazione

Stati Uniti, piccole imprese: l’ottimismo si indebolisce e l’inflazione rimane una preoccupazione

Il sondaggio Nfib di settembre fotografa un’economia degli Stati Uniti in un limbo: indice a 97,9, incertezza a 90 e un’impresa su cinque che indica l’inflazione come problema principale, anche se il nodo principale resta trovare personale.

Se Wall Street è preoccupata, Main Street non sembra passarsela molto meglio, almeno a guardare i risultati di settembre dello Small Business Optimism Index, pubblicati oggi in mattinata.

L’indice elaborato dalla National Federation of Independent Business si è fermato a 97,9 punti, otto decimi in meno di agosto e un decimo sotto la media dei 52 anni di rilevazioni, pari a 98,0. È il secondo calo consecutivo dopo il 99,8 di luglio. Dei dieci indicatori che lo compongono, tre sono saliti, sei scesi e uno è rimasto fermo.

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A guastare l’umore del campione intervistato sono soprattutto le aspettative. Il saldo netto di chi si attende condizioni economiche migliori entro i prossimi sei mesi è scivolato al 6%, quattro punti in meno della lettura precedente; la percentuale di chi giudica questo un buon momento per espandere l’attività è scesa al 7%, cinque punti in meno rispetto ad agosto. In parallelo l’indice di incertezza è salito a 90, contro una media storica di 68: da gennaio non è mai scivolato sotto gli 88 punti.

Sul fronte dei prezzi la pressione non sembra dare segni di allentamento. Il saldo netto degli imprenditori che ha aumentato i prezzi di vendita è salito al 31%, più del doppio della media storica del 14%, e una percentuale identica e ben superiore alla media storica prevede di aumentarli ulteriormente nel prossimo trimestre. Alzare i prezzi è oramai l’unica via d’uscita per far fronte ai costi, il 20% degli intervistati indica l’inflazione come il problema più grave della propria attività, quattro punti in più di agosto e quasi il triplo della media storica del 7%. Nelle testimonianze raccolte dal centro studi il tema ricorrente è il caro carburante: «I prezzi del carburante ci stanno uccidendo», sintetizza un commerciante della Georgia, che sottolinea l’ulteriore effetto collaterale, vale a dire la riduzione del reddito disponibile dei suoi stessi clienti.

Un po’ a sopresa, però, il primo problema resta la mancanza di manodopera. Per il terzo mese consecutivo la qualità e la disponibilità di lavoratori guidano la classifica delle preoccupazioni; sono un grave problema per il 26% degli imprenditori: quattordici punti sopra la media storica del 12%. Il 32% dichiara posizioni aperte che non riesce a coprire e, tra il 51% che ha cercato personale a settembre, l’87% segnala pochi candidati qualificati o nessuno. Ma non è questione di salari: solo il 6% considera il costo del lavoro il proprio problema principale, il livello più basso da dicembre 2020. Le imprese non trovano persone, ma non è il prezzo a spaventarle.

Le piccole imprese statunitensi restano in piedi, ma la qualità del business cala. La percentuale di chi definisce “buona” la salute della propria azienda è scesa di nove punti, al 48%, mentre quella di chi la giudica “discreta” è salita di sette punti, al 35%. Gli investimenti rallentano: il 51% del campione ha sostenuto spese in conto capitale negli ultimi sei mesi e il 22% prevede di farne nei prossimi. Si tratta in entrambi i casi di numeri in calo e sotto le rispettive medie di lungo periodo. Il costo del denaro non aiuta: un saldo netto dell’8% delle imprese ha pagato un tasso più alto sull’ultimo prestito (massimo da giugno 2025), mentre il tasso medio sui prestiti a breve è salito all’8,2%.

Nel suo commento, Bill Dunkelberg, Chief Economist dell’istituto, sottolinea come consumi e ciclo tecnologico dovrebbero sostenere la crescita americana fino a fine anno. Restano però due incognite che il sondaggio non può misurare: l’esito e le conseguenze delle elezioni di metà mandato e gli sviluppoi della guerra con l’Iran.

Foto di christian koch su Unsplash

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