Sfondo scuro Sfondo chiaro

FED e BCE, tra shock energetico e rapporto IA-tasso neutrale

Le riunioni della Fed e della BCE hanno portato alla stessa decisione, vale a dire a tassi fermi, ma le parole dei due governatori mostrano preoccupazioni e orizzonte temporale della discussione differenti.

Mercoledì 18 marzo la Federal Reserve, giovedì 19 la Banca Centrale Europea. La stessa settimana, la stessa decisione — tassi fermi — ma un atteggiamento profondamente diverso nel modo di raccontare il momento che stiamo attraversando.

La Fed ha mantenuto il tasso sui Fed Funds nell’intervallo tra il 3,5% e il 3,75%, con un solo voto dissenziente. Il dot plot — il grafico che raccoglie le proiezioni individuali dei diciannove membri del FOMC — ha confermato l’aspettativa mediana di un solo taglio entro fine anno e di un ulteriore taglio nel 2027, con il tasso di lungo periodo atteso intorno al 3,1%. Sul piano macro, le proiezioni aggiornate vedono la crescita del PIL al 2,4% nel 2026, con un’inflazione PCE attesa al 2,7%.

Pubblicità

Powell si è presentato in conferenza stampa con il più classico de profili bassi. Sul conflitto in Medio Oriente — che nel frattempo sta spingendo i prezzi dell’energia — il presidente della Fed ha detto che è “troppo presto per sapere” quale sarà l’impatto della guerra sull’economia. Un riconoscimento formale della crisi, ma nulla di più. Ha persino ammesso che, in un momento di tale incertezza, saltare la pubblicazione delle proiezioni non sarebbe stato fuori luogo: “Se mai avessimo dovuto fare a meno di un “SEP”, questo sarebbe stato il momento giusto”. Il messaggio complessivo è quello di una banca centrale che osserva, aspetta, e preferisce non impegnarsi.

Per inciso, Powell si è mostrato molto più loquace sul tema della durata del suo mandato, ma questo è un discorso che ci porterebbe fuori argomento, ci torneremo…

A Francoforte il tono è stato molto più esplicito. La BCE ha mantenuto i tassi sui depositi al 2%, su operazioni di rifinanziamento al 2,15% e sui prestiti marginali al 2,40%, con una decisione presa anch’essa all’unanimità. Lagarde, rispetto a Powell, ha scelto di portare il conflitto al centro della scena. Ha rivelato che i membri del Consiglio direttivo sono stati aggiornati il giorno prima della riunione da un professore di difesa e affari militari, per capire meglio le possibili evoluzioni dello scenario geopolitico. Una scelta inusuale per una banca centrale, che dice molto sulla preoccupazione con cui Francoforte sta guardando alla crisi e soprattutto ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, come l’Europa sia l’area economica più esposta ai venti della crisi energetica.

Le proiezioni dello staff BCE hanno incorporato tre scenari. In quello di base, l’inflazione è attesa al 2,6% nel 2026 — ben oltre l’1,9% stimato a dicembre — mentre la crescita del PIL viene rivista al ribasso allo 0,9%. Lo scenario avverso prevede un’interruzione del 40% dei transiti di petrolio e gas, con conseguenze ancora più pesanti sull’inflazione nel breve termine. Quello grave, invece, disegna un mondo con petrolio a 145 dollari al barile e gas a 106 euro per megawattora: in questo caso l’inflazione potrebbe raggiungere il 6,3% nel primo trimestre del 2027 e il PIL potrebbe contrarsi. Un quadro da stagflazione che la BCE vuole evitare a tutti i costi, e che spiega la cautela assoluta su qualsiasi impegno futuro.

Una BCE decisamente concentrata a monitorare quanto accade sul mercato dell’energia, mentre dall’altro lato dell’oceano – dove torniamo – le discussioni si fanno più intense su variabili che potrebbero incidere sulla politica monetaria di lungo termine.

Il dot plot di marzo, infatti, ha alzato il tasso neutrale di lungo periodo a 3,1% rispetto al 3,0% di dicembre. Non è un movimento banale. Diversi governatori Fed, tra cui Michael Barr, hanno iniziato a suggerire che i guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale potrebbero giustificare tassi strutturalmente più elevati.

La governatrice Lisa Cook ha descritto l’AI come potenzialmente la più grande riorganizzazione del lavoro in generazioni, avvertendo che la domanda di investimenti in questo ambito potrebbe spingere il tasso neutrale verso l’alto in tempi relativamente brevi, con la FED che potrebbe vedersi costretta a scegliere tra crescente disoccupazione e livelli di inflazione più elevati. In altre parole: se l’AI davvero accresce la produttività dell’economia americana, il livello di tassi considerato “normale” potrebbe essere strutturalmente più alto di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Una variabile nuova, di lungo periodo, che si intreccia con le tensioni di breve che tutti stiamo guardando con apprensione.

Foto BCE

Resta aggiornato

Gli ultimi articoli di Ekonomia.it direttamente nella tua casella mail. Iscriviti qui sotto.
I dati trasmessi attraverso questo modulo sono trattati secondo la nostra privacy policy, in linea con la normativa vigente. Per nessun motivo verranno ceduti a terze parti o utilizzati per l'invio di messaggi di natura commerciale.
Post precedente

La settimana economica (dal 16 al 21 marzo 2026): ENI e il dividendo, private credit senza pace, Bezos automatizza e il monito di Birol (IEA)

Post successivo

Stati Uniti, CFNAI segnala rallentamento economia a febbraio 2026

Pubblicità