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Azioni e obbligazioni insieme: quando la diversificazione non basta più

Uno studio del Fondo Monetario Internazionale conferma un trend attivo oramai da anni: la diversificazione in azioni e obbligazioni ha perso forza.

I mercati globali stanno attraversando settimane di pressione su più fronti. Da un lato il conflitto in Iran spinge il petrolio verso i cento dollari al barile, riaccendendo i timori inflazionistici che si credevano in via di attenuazione. Dall’altro, la corsa ai titoli tecnologici legati all’intelligenza artificiale ha generato valutazioni molto elevate e concentrazioni di rischio che rendono qualsiasi correzione potenzialmente brusca. In questo contesto, molti investitori si stanno chiedendo fino a che punto i loro portafogli siano davvero protetti. E la risposta, secondo un recente studio pubblicato sul blog del Fondo Monetario Internazionale, è meno rassicurante di quanto si possa sperare.

Lo studio, firmato da Tobias Adrian, Johannes Kramer e Sheheryar Malik, affronta un tema centrale per chiunque gestisca risparmi o patrimoni: la tenuta della diversificazione classica tra azioni e obbligazioni. Per decenni, la regola d’oro del portafoglio 60/40 — sessanta per cento in azioni, quaranta per cento in obbligazioni — si è fondata su una logica semplice e storicamente solida: quando le borse scendono, i titoli di Stato salgono, ammortizzando le perdite. Questa relazione inversa tra azioni e obbligazioni ha permesso agli investitori di gestire efficacemente il rischio nel periodo compreso tra il 2000 e il 2019, con le obbligazioni che tendevano a salire proprio quando la volatilità azionaria aumentava.

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Dall’inizio della pandemia, tuttavia, questo meccanismo si è inceppato. Con l’arrivo degli shock di offerta che hanno alimentato l’inflazione, le obbligazioni hanno perso la loro capacità di ammortizzare la volatilità azionaria: invece di muoversi in direzione opposta, tendono sempre più spesso a scendere insieme alle azioni, con effetti particolarmente evidenti durante le fasi di ribasso più marcato. In pratica, proprio quando la protezione servirebbe di più, viene meno.

Le ragioni di questo cambiamento strutturale sono multiple. L’espansione dell’offerta di titoli di Stato per finanziare deficit fiscali crescenti in molte economie avanzate ha aumentato le preoccupazioni degli investitori, i quali chiedono rendimenti più elevati per le scadenze lunghe, erodendo ulteriormente la funzione di copertura delle obbligazioni. Con le banche centrali che hanno ridotto i propri bilanci e smesso di reinvestire i titoli in scadenza, una quota sempre maggiore dell’offerta deve essere assorbita da investitori privati sensibili ai prezzi.

Le implicazioni pratiche sono rilevanti e toccano non solo i grandi fondi, ma anche investitori istituzionali conservativi come fondi pensione e compagnie assicurative. Il calo delle proprietà di copertura delle obbligazioni spiega in parte la crescita significativa dell’oro e di altri metalli preziosi come argento, platino e palladio, verso cui gli investitori si sono spostati in cerca di rifugi alternativi.

Le soluzioni indicate dall’FMI non sono né rapide né semplici: ripristinare la funzione di protezione dei titoli sovrani richiede disciplina fiscale e un impegno credibile delle banche centrali sul fronte della stabilità dei prezzi, mentre i regolatori dovrebbero incorporare scenari di correlazione elevata tra azioni e obbligazioni nei propri stress test.

Nel frattempo, chi investe deve fare i conti con un mondo in cui le regole che hanno guidato la gestione del rischio per vent’anni non si applicano più con la stessa affidabilità.

Foto di Pexels

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