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Quando le regole green complicano le cose: il caso del Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) in Europa

Le regole per la trasparenza green possono funzionare solo se le informazioni fornite all’investitore sono comprensibili e genuinamente utili. Uno studio mette in luce le criticità del Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) dell’Unione Europea.

C’è un dato che difficilmente sfugge a chi segue l’evoluzione del dibattito pubblico: del cambiamento climatico si parla sempre meno. Non è una percezione soggettiva, ma una tendenza che si riflette nelle agende politiche, nei titoli dei giornali e perfino nelle conversazioni quotidiane. La recente COP 30 in Brasile ne è stata l’ennesima dimostrazione: meno enfasi sulle promesse ambiziose, più spazio alla ricerca di un pragmatismo che, a seconda dei punti di vista, può sembrare finalmente realista oppure pericolosamente tiepido.

Questa ricerca di concretezza nasce anche da una constatazione scomoda: molte delle soluzioni adottate fino a oggi si sono rivelate complicate, a volte troppo estreme e, in alcuni casi, persino inefficaci. Un esempio emblematico arriva proprio dall’Europa, dove la battaglia contro il greenwashing finanziario ha prodotto una normativa che doveva essere rivoluzionaria ma che, secondo uno studio appena pubblicato dal CEPR, ha avuto effetti molto più limitati del previsto.

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Nel marzo 2021, l’Unione Europea ha introdotto il Sustainable Finance Disclosure Regulation (Regolamento sulla Divulgazione della Finanza Sostenibile), noto come SFDR. L’idea alla base era semplice e apparentemente inattaccabile: obbligare i fondi di investimento a classificarsi in tre categorie in base al loro impegno ambientale e sociale. All’estremo più “grigio” c’erano i fondi dell’Articolo 6, senza alcun focus sulla sostenibilità. Nel mezzo, i fondi dell’Articolo 8 che dichiaravano di promuovere caratteristiche ambientali o sociali. All’apice, i fondi dell’Articolo 9, quelli che perseguivano esplicitamente obiettivi di investimento sostenibile.

L’obiettivo era duplice: da un lato, aiutare gli investitori a orientarsi tra fondi genuinamente sostenibili e quelli che si affidavano principalmente al marketing. Dall’altro, creare un meccanismo di mercato in grado di premiare chi fa sul serio e punire chi fa greenwashing. Se gli investitori avessero premiato i fondi più virtuosi con i loro capitali, l’intero settore finanziario sarebbe stato spinto verso scelte più sostenibili.

Ma è andata davvero così? Lo studio condotto da Hunt Allcott, Mark Egan, Paul Smeets e Hanbin Yang ha analizzato i dati mensili dei fondi comuni europei per capire se l’introduzione dell’SFDR avesse effettivamente modificato il comportamento degli investitori. La risposta è netta: no, non è successo praticamente nulla. I flussi di capitale verso i fondi classificati come sostenibili (Articolo 8 e 9) non sono aumentati in modo significativo rispetto a quelli convenzionali dopo l’entrata in vigore della normativa.

Ancora più rivelatore, quando alla fine del 2022 molti fondi sono stati declassati dall’Articolo 9 all’Articolo 8 in previsione di linee guida più stringenti, anche in quel caso gli investitori non hanno reagito. Non solo: analizzando la composizione dei portafogli, i ricercatori non hanno trovato miglioramenti sostanziali nelle metriche di sostenibilità, come le emissioni di carbonio o i punteggi ambientali delle aziende in cui i fondi investivano.

A questo punto verrebbe da pensare che agli investitori della sostenibilità non importi granché. Ma lo studio smentisce anche questa ipotesi. I fondi commercializzati esplicitamente come ESG o sostenibili continuano a ricevere flussi maggiori rispetto a quelli convenzionali, sia prima che dopo l’introduzione dell’SFDR. Gli investitori, insomma, ci tengono. Il problema è un altro: le etichette previste dalla normativa si sono rivelate troppo complesse e poco comprensibili.

Prima del Sustainable Finance Disclosure Regulation, gli investitori identificavano già i fondi sostenibili dal nome, dal mandato esplicito e dalla comunicazione commerciale. La regolamentazione, in pratica, ha solo formalizzato ciò che il mercato già sapeva, senza aggiungere informazioni davvero nuove o utili. Peggio ancora, molti investitori intervistati dai ricercatori hanno ammesso di non capire cosa significassero davvero le classificazioni Articolo 6, 8 e 9.

La buona notizia è che la Commissione Europea ha preso atto del problema. La proposta di riforma SFDR 2.0 riconosce esplicitamente che il sistema originale era troppo complesso e confuso per gli investitori retail. Al posto degli articoli 8 e 9, arriveranno tre categorie più chiare: “ESG Basics”, “Transition” e “Sustainable”. L’esperimento condotto dai ricercatori dimostra che quando le classificazioni sono spiegate in modo intuitivo, gli investitori modificano effettivamente le loro scelte premiando i fondi più sostenibili.

La lezione che emerge da questa vicenda va oltre la finanza: la trasparenza può funzionare, ma solo se le informazioni fornite sono comprensibili e genuinamente utili. Regole ben intenzionate rischiano di rimanere lettera morta se chi dovrebbe usarle non riesce a tradurle in decisioni concrete. Nel momento in cui l’Europa cerca una via più pragmatica verso la sostenibilità, questo tipo di consapevolezza diventa essenziale.

Foto di PIRO

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