C’è una domanda che si stanno ponendo in questi giorni scienziati, economisti e responsabili di politica energetica in tutto il mondo, sottovoce rispetto al fragore dei mercati petroliferi: la guerra in Iran accelererà o frenerà la transizione verso fonti di energia pulita?
La risposta, come spesso accade quando si guarda al lungo periodo attraverso il rumore del breve termine, è che entrambe le cose potrebbero essere vere nello stesso momento.
Il conflitto iniziato il 28 febbraio ha prodotto lo shock energetico più grande nella storia del mercato petrolifero globale. Ma ha anche acceso un riflettore su una vulnerabilità che molti governi conoscevano da anni senza volerla affrontare fino in fondo: la dipendenza strutturale da combustibili fossili importati da regioni geopoliticamente instabili non è soltanto un problema climatico. È un problema di sicurezza nazionale.
Simon Stiell, segretario esecutivo dell’UNFCCC — il braccio climatico delle Nazioni Unite — si è presentato questa settimana davanti ai leader europei a Bruxelles con un messaggio insolito per la prudenza diplomatica dell’istituzione che rappresenta: la guerra in Iran è “l’ennesima lezione amara” sulla dipendenza dai combustibili fossili, e pensare di rispondervi puntando ancora sui fossili è “completamente delirante”. “La storia ci dice che questa crisi dei combustibili fossili accadrà di nuovo, e ancora”, ha detto. Inside Climate News
Non è un’opinione isolata. Il think tank europeo Bruegel, in un’analisi pubblicata nei giorni scorsi, è esplicito: l’esposizione dell’Europa agli shock geopolitici rimane radicata nella dipendenza strutturale da combustibili fossili importati su mercati globali volatili. La crisi scatenata dalla guerra in Iran dimostra che il ricorso a fonti di energia pulita prodotta internamente dovrebbe essere accelerato, non rallentato. Soltanto riducendo questa dipendenza strutturale l’Europa può durevolmente proteggere la sua economia da shock ricorrenti.
Il fronte industriale ha cominciato a parlare la stessa lingua. Markus Krebber, amministratore delegato del colosso energetico tedesco RWE, ha scritto che la crisi dimostra l’urgenza di “elettrificare tutto ciò che ha senso” e di “scalare senza sosta le rinnovabili”, riassumendo la logica in una formula: più elettrifichiamo, meno importiamo combustibili fossili, più diventiamo resilienti. Il climatologo e autore Bill McKibben ha scelto un’immagine ancora più diretta: “La luce del sole percorre 150 milioni di chilometri per raggiungere la Terra. Nessuno di essi passa per lo Stretto di Hormuz.”
La tesi che la transizione energetica sia anche una forma di assicurazione geopolitica trova in questa crisi alcune conferme empiriche inaspettate. Il Pakistan, che ha ridotto le sue importazioni di GNL nel 2025 proprio grazie alla rapida espansione del solare e delle batterie, si trova oggi in una posizione meno esposta rispetto alle attese. Il ministro dell’energia pakistano ha dichiarato che il paese sta gestendo la perdita di forniture qatariote anche attraverso la capacità rinnovabile installata negli ultimi anni.
Jan Rosenow, professore di energia e clima all’Università di Oxford, osserva che questa non è soltanto una storia climatica: è una storia di gestione del rischio energetico. In Cina, più della metà delle nuove vendite di automobili sono ora veicoli elettrici, il che significa che milioni di consumatori sono semplicemente non raggiungibili dallo shock sul prezzo della benzina.
Sarebbe però ingenuo fermarsi qui. Un report pubblicato questa settimana dal CEDARE, il Centro ambientale per i paesi arabi e l’Europa, argomenta con precisione che la guerra in Iran può simultaneamente accelerare e frenare la transizione verso fonti di energia pulita. Il fattore decisivo non è lo shock in sé, ma la scelta di politica economica che i governi faranno sotto pressione: se useranno la crisi per guidare la decarbonizzazione strutturale — rafforzando le reti, assicurando le catene di fornitura dei minerali critici, mantenendo i meccanismi di carbon pricing — la transizione potrà accelerare. Se invece si rifugeranno in sussidi ai fossili, contratti di lungo termine senza prospettiva di decarbonizzazione e rinvii degli obiettivi climatici, la rallenteranno.
Il precedente del 2022 non è incoraggiante. Un report del Transition Security Project pubblicato a marzo stima che la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina sia costata all’Unione Europea e al Regno Unito 1.800 miliardi di dollari tra il 2022 e il 2025. Eppure molti governi europei reagirono a quella crisi cercando fonti alternative di gas fossile, non accelerando le rinnovabili. Come ha osservato l’autore del report, Kevin Cashman, quella crisi “presentò all’Europa un bivio: raddoppiare sui mercati volatili dei fossili, oppure virare verso l’energia pulita prodotta in casa. Il mancato imbocco di questa seconda strada ha lasciato le persone a reddito ordinario a pagare il prezzo di una politica energetica irresponsabile e miope.”
C’è poi un rischio sistemico più sottile, che riguarda le condizioni stesse della transizione. Un report del Fondo Monetario Internazionale aveva già stimato nel 2023 che le disruption commerciali sui minerali critici potrebbero ridurre gli investimenti in rinnovabili e veicoli elettrici fino al 30%. La guerra in Iran, accelerando la frammentazione geopolitica già in corso, rende questo rischio più concreto: in un mondo in cui le catene di fornitura si spezzano e i premi al rischio salgono, accedere alle tecnologie necessarie per la transizione pulita diventerà più difficile e più costoso.
C’è infine una conseguenza meno discussa ma potenzialmente di grande portata. Secondo un’analisi del Bulletin of the Atomic Scientists pubblicata nei giorni scorsi, la guerra in Iran accelererà probabilmente l’adozione dell’energia nucleare civile su scala globale: i paesi cercheranno di diversificare da fonti fossili geopoliticamente vulnerabili, e il nucleare offre indipendenza dalle importazioni in modo strutturale. Russia e Cina sono già profondamente attive nel fornire tecnologia nucleare a paesi come Egitto, Turchia e Arabia Saudita — una presenza che porta con sé influenza strategica di lungo periodo.
Il quadro che emerge da questa settimana di analisi e dichiarazioni è dunque quello di una crisi che potrebbe rivelarsi, nel medio periodo, un acceleratore della transizione energetica — ma solo a condizione che i governi scelgano consapevolmente di usarla in questo senso, invece di tornare, come già accaduto nel 2022, a comprare tempo con nuovi contratti fossili. La finestra esiste. Ma, come insegna la storia degli shock petroliferi, non resta aperta a lungo.
Foto di Markus Distelrath







