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Petrolio, la lunga storia degli shock e il fattore tempo

Ripercorrendo la storia dei grandi shock legati al petrolio, dal 1970 ad oggi. Tra effetti sui prezzi e rallentamenti della crescita una variabile risulta sempre determinante: il tempo.

I fatti, oramai, sono ben noti. Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari congiunte contro l’Iran. Nel giro di pochi giorni lo Stretto di Hormuz — il corridoio marino attraverso cui transita circa il 20% dell’offerta petrolifera mondiale — è diventato di fatto impraticabile. Le forze iraniane hanno colpito infrastrutture energetiche nella regione del Golfo, tra cui la grande raffineria saudita di Ras Tanura, e il Qatar ha fermato le sue esportazioni di gas naturale liquefatto, che rappresentano un quinto dell’offerta globale di GNL.

Nel giro di due settimane il conflitto in Medio Oriente ha trasformato radicalmente il quadro energetico mondiale. E secondo molti analisti non si tratterà di trasformazioni di breve termine. Una situazione critica che è stata fotografata con tempismo perfetto dal rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale dell’Energia pubblicato il 12 marzo 2026.

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Per certi versi si tratta del report più allarmante che l’agenzia abbia mai prodotto nella sua storia cinquantennale. La guerra in Medio Oriente ha creato la più grande interruzione dell’offerta petrolifera mai registrata: la chiusura dello Stretto di Hormuz ha ridotto a un rivolo flussi che in precedenza ammontavano a circa 20 milioni di barili al giorno.

Il Brent, che all’inizio del conflitto si trovava attorno ai 71 dollari al barile, ha sfiorato i 120 dollari prima di assestarsi attorno ai 92 dollari al momento della pubblicazione del rapporto — un rialzo sostenuto di 20 dollari rispetto all’inizio delle ostilità. La produzione di raffinerie della regione è calata drasticamente a causa degli attacchi e dell’assenza di sbocchi commerciali praticabili, e le forniture di LPG e nafta — materie prime essenziali per l’industria petrolchimica — si sono ridotte così bruscamente da costringere diversi impianti a sospendere la produzione.

L’IEA ha risposto autorizzando il rilascio sul mercato di 400 milioni di barili di riserve strategiche, la mossa coordinata più imponente nella storia dell’agenzia, e ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026 di 210.000 barili al giorno, portandole a 640.000 barili al giorno su base annua. Non è una buona notizia: significa che la domanda non è crollata spontaneamente per efficienza o transizione energetica, ma per distruzione economica.

“Rieccolo!” verrebbe da dire, citando un famosissimo articolo di Indro Montanelli. Quando pensavamo di averlo gentilmente accompagnato sul viale del tramonto, il petrolio, pur con la sua domanda sempre più debole, ritorna a tormentare l’equilibrio economico mondiale.

La storia insegna che i prezzi del petrolio hanno la capacità di riscrivere le traiettorie macroeconomiche di interi decenni. Lo schema che si ripete è sempre lo stesso, anche se con intensità diverse.

Nel 1973-1974, l’embargo arabo portò il prezzo del greggio da circa 3 a quasi 12 dollari al barile. In Europa, l’inflazione media dei Paesi che oggi formano l’area euro passò dal 6,3% nel 1972 all’8,7% nel 1973 e al 13,2% nel 1974, mentre i salari nominali crebbero del 17,3% nel 1973 e del 17,7% nel 1974, alimentando una spirale che si rivelò molto difficile da spezzare. La politica monetaria rispose in ritardo e in modo insufficiente, e i tassi di interesse reali divennero negativi per quattro anni consecutivi. Il risultato fu la stagflazione: alta inflazione e alta disoccupazione al tempo stesso, una combinazione che i manuali di economia del dopoguerra non avevano contemplato.

Il secondo shock, tra il 1979 e il 1980, arrivò dopo che le economie avanzate non avevano ancora riassorbito i guasti del primo. Il prezzo del greggio superò i 30 dollari al barile e l’inflazione media nell’area euro raggiunse il 12,5% nel 1980. Tuttavia, questa volta l’elevata disoccupazione ereditata dagli anni Settanta frenò la dinamica salariale: i salari reali diminuirono in media dell’1,1% tra il 1979 e il 1981, limitando parzialmente l’innesco della spirale inflattiva. Il costo per ridurre l’inflazione fu comunque elevatissimo: la stretta monetaria degli anni Ottanta compresse la crescita per quasi un decennio.

Gli shock successivi — il raddoppio dei prezzi durante la Guerra del Golfo del 1990-1991, il picco a quasi 150 dollari nel 2008 e il balzo oltre i 100 dollari dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 — hanno confermato un’evidenza quantitativa precisa.

Secondo un modello sviluppato dalla Federal Reserve, uno shock da offerta estera che aumenta il prezzo reale del petrolio del 10% produce un aumento dell’inflazione headline di circa 0,15 punti percentuali nel primo anno, con effetti secondari sull’inflazione core alimentati dall’aumento dei costi di produzione e dalla rigidità verso il basso dei salari nominali. In altre parole: ogni dieci punti percentuali di rialzo del prezzo del greggio, se sostenuti nel tempo, aggiungono circa 0,4 punti percentuali all’inflazione globale — e si propagano attraverso l’intera catena produttiva, dai trasporti all’alimentare, dai fertilizzanti ai materiali da costruzione.

Si, anticipiamo l’obiezione: il mondo è cambiato rispetto anche solo a un decennio fa, ma non così tanto da potersi dire immune a questi eventi. Rispetto agli anni Settanta, le economie avanzate sono strutturalmente meno vulnerabili agli shock petroliferi. L’incidenza delle importazioni di petrolio sul PIL è diminuita significativamente dall’epoca dei primi shock, le banche centrali hanno oggi mandati di stabilità dei prezzi più credibili, e i mercati del lavoro sono in larga parte privi dei meccanismi di indicizzazione automatica dei salari che amplificarono le spirali inflazionistiche nei Settanta.

La penetrazione delle energie rinnovabili, l’elettrificazione parziale dei trasporti e la maggiore efficienza energetica dell’industria hanno ridotto, seppure non eliminato, la dipendenza strutturale dall’oro nero.

Eppure la vulnerabilità resta. L’Europa importa ancora la stragrande maggioranza del suo petrolio e del suo gas, e la guerra in Iran ne ha ricordato con brutalità l’esposizione geografica. Le scorte globali di greggio e prodotti raffinati si trovavano a 8,2 miliardi di barili prima del conflitto, il livello più alto dal 2021, e questo cuscinetto — insieme alle riserve strategiche già mobilitate — offre un margine di tempo.

Ma un margine di tempo non è una soluzione: se il conflitto si prolungasse, i modelli proiettano il Brent a 120-150 dollari, un territorio che storicamente ha sempre prodotto recessione.

La domanda che i mercati si stanno ponendo in queste settimane è la stessa che si posero i governatori delle banche centrali nel 1974 e nel 1980: si tratta di uno shock temporaneo destinato a rientrare, oppure è l’inizio di una riscrittura permanente dei prezzi dell’energia? La storia suggerisce che la risposta corretta non si conosce mai in anticipo — e che aspettare di saperla con certezza prima di agire è già di per sé una scelta di politica economica.

Illustrazione di Az1975

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