Una bollente estate meteorologica pare oramai volersi fare da parte, ma sui mercati finanziari le temperature sembrano rimanere elevate. Cosa sta succedendo?
Se volessimo sintetizzare al massimo, potremmo dire che tutto bolle fuorchè l’azionario (almeno per ora). L’obbligazionario è stressato dalle aspettative di inflazione e non solo, le materie prime risentono del complicatissimo clima geopolitico, le cryptovalute provano a riconquistare un ruolo da “diversificazione” e non mancano elementi interessanti anche sul fronte valutario. Sull’azionario, invece, la situazione appare molto più sfumata, con la volatilità che si mantiene bassa e una sostanziale condizione tra neutrale e risk on.
Cosa sta succedendo sull’obbligazionario?
Alla base di tutto c’è sempre l’inflazione. Il perdurare della crisi in Medio Oriente mantiene alti i prezzi della componente energia ed il rischio è che questa situazione rompa gli argini, influenzi anche l’inflazione di fondo e le dinamiche salariali. Per le banche centrali non ci sono molte alternative, per non trovarsi ad inseguire devono intervenire. Il risultato è che le aspettative di tassi di interesse più alti deprimono i prezzi dell’obbligazionario.
Ma su questo meccanismo “tecnico” si innestano altre dinamiche che rendono il comparto obbligazionario particolarmente sensibile. Da un lato i bond vigilantes continuano a monitorare l’evoluzione politica e fiscale di alcuni grandi emittenti governativi. L’approssimarsi di importanti scadenze elettorali (le midterm statunitensi, ma anche le presidenziali francesi della prossima primavera e le elezioni regionali tedesche) crea aspettative e preoccupazioni che si riflettono sulla fiducia degli investitori nei titoli di stato.
Negli Stati Uniti, poi, c’è l’annunciato piano di riacquisto titoli da parte del dipartimento del Tesoro, una mossa che nelle intenzioni mira a ridurre i rendimenti sui titoli a lungo, ma che al tempo stesso non sembra poter risolvere le grandi questioni collegate ai titoli di stato statunitense: l’eccesso di offerta e la sostenibilità del deficit di bilancio. Infine c’è da mettere in conto anche l’effetto dell’arrivo sul mercato delle super emissioni obbligazionarie da parte dei cosiddetti hyperscaler che da un lato allarga gli spread creditizi e dall’altra fa “concorrenza” ai treasury su scadenze medio lunghe.
Anche sulle materie prime le pressioni sembrano molte
Anche in questo caso si mescolano diversi elementi. Sul fronte delle materie prime energetiche la situazione è abbastanza chiara, con la crisi geopolitica in Medio Oriente che continua a tenere sotto scacco lo stretto di Hormuz. Ma non c’è solo questo: il rame continua a salire sulla forte domanda di microchip e in generale i metalli industriali vivono una fase positiva, grazie ad una manifattura mondiale che continua a rimanere in zona di espansione.
L’inflazione non aiuta i metalli preziosi, anche se la debolezza del dollaro (altro interessante elemento di questo periodo) lima un po’ le perdite per l’oro. Sulle materie prime agricole ed alimentari pesano sia elementi climatici (da valutare, infatti, gli effetti del super El Niño), sia complicazioni ulteriori derivanti dalla crisi geopolitica (ad esempio sul fronte dei fertilizzanti).
A questo punto la domanda è: l’azionario resterà ai margini ancora a lungo?
La risposta è racchiusa in una parola: profitti. Tra qualche settimana inizierà un nuovo giro di trimestrali e solo risultati consistenti potranno battere l’effetto sconto dovuto a tassi di interesse in crescita e mantenere una certa positività sui listini. Se dovessero materializzarsi scricchiolii sulla tenuta dell’economia, allora il trend positivo sostenuto principalmente dall’IA e dal comparto energetico potrebbero non bastare. Senza dimenticare, poi, che la storia ci insegna come l’obbligazionario tenda a muoversi in anticipo sull’azionario. In questo senso è bene sottolineare un aspetto. Non è tanto un singolo aumento dei tassi a poter far deragliare l’azionario, quanto piuttosto il delinearsi di un ciclo di rialzi capace di intaccare mercato del lavoro e consumi.
Se guardiamo l’andamento dei nostri score, l’S&P500 è sostanzialmente stabile da inizio anno, ma ha perso oltre 11 punti nell’ultimo trimestre. L’EuroStoxx ha visto un movimento un po’ meno brusco, ma nell’ultimo mese ha lasciato sul terreno 8 punti di score. Nel complesso si resta nel territorio della neutralità, ma la perdita di brillantezza è evidente.
Insomma dopo l’estate calda dal punto di vista climatico, dobbiamo attenderci un autunno caldo sui mercati finanziari?
Anche se la volatilità sui listini rimane bassa, sotto la superficie la situazione è in movimento. In questi casi è sempre meglio non andare contro la corrente, sfruttare i trend che si stanno materializzando e lavorare in termini di scenari. Cosa succederebbe se il petrolio sfondasse i 120 dollari al barile? E se la Fed dovesse correre al riparo di fronte ad un’inflazione che non scende? Le sentinelle da seguire rimangono senza dubbio i profitti e l’andamento di mercato del lavoro e consumi USA. L’obbligazionario resta molto rischioso sulle lunghe scadenze, mentre il value sembra poter offrire un po’ di protezione in più sul fronte azionario, sempre in un quadro di intensa diversificazione.
Foto di Steinar Hovland





