I dati rilasciati settimana scorsa dal Bureau of Economic Analysis confermano uno scenario ormai familiare per chi segue l’economia statunitense: l’inflazione PCE, l’indicatore preferito dalla Federal Reserve, si mantiene al 2,8% su base annua a novembre, dopo essere stata al 2,7% a ottobre. Su base mensile, l’incremento è stato dello 0,2% in entrambi i mesi.
Tradotto in parole semplici, l’inflazione americana resta stabilmente sopra il target del due percento della Fed, ma senza mostrare segni preoccupanti di accelerazione. Una situazione che potremmo definire di equilibrio precario, con l’economia che naviga in acque relativamente tranquille ma senza ancora raggiungere il porto desiderato.
La domanda che si pongono economisti e investitori è se questa discesa graduale verso l’obiettivo del 2% sia destinata a continuare o se invece ci troviamo di fronte a un rallentamento temporaneo prima di un possibile ritorno in territorio più caldo. È su questo interrogativo che si concentra un’analisi del Peterson Institute for International Economics che merita attenzione, perché mette in guardia proprio contro un eccesso di ottimismo sui prossimi mesi.
Il PIIE parte da una considerazione strutturale: le proiezioni della Federal Reserve e dei mercati finanziari potrebbero sottostimare significativamente il livello e la persistenza dell’inflazione americana nei prossimi due anni. Secondo Adam Posen, presidente dell’istituto, l’inflazione headline potrebbe raggiungere il 4,5% o oltre entro la metà di quest’anno, per poi mantenersi elevata anche nel 2027. Un’affermazione che suona quasi provocatoria rispetto al consenso prevalente, ma che si basa su un’analisi articolata di fattori macroeconomici e politici che stanno convergendo proprio in questo periodo.
Il primo elemento cruciale riguarda i dazi. Gli Stati Uniti hanno portato le tariffe doganali ai livelli più alti degli ultimi novant’anni, ma gran parte del loro impatto sui prezzi al consumo deve ancora materializzarsi. Finora, l’effetto inflazionistico è stato mascherato da pratiche temporanee degli importatori: accumulo preventivo di scorte per evitare i nuovi dazi, stoccaggio in depositi doganali, assorbimento straordinario dei costi. Queste strategie non sono sostenibili nel lungo periodo, e quando si esauriranno, l’impatto dei dazi si trasferirà integralmente sui prezzi. Il PIIE prevede che l’inflazione PCE trimestrale possa superare il 3,5% all’inizio del 2026 e rimanere sopra il 3% fino a fine anno.
Il secondo fattore riguarda il mercato del lavoro e l’immigrazione. Le restrizioni molto più severe sui flussi migratori hanno già rallentato drasticamente la crescita occupazionale, ma senza causare significativi aumenti della disoccupazione. Questo suggerisce che la ridotta offerta di lavoratori immigrati è stata bilanciata da un calo comparabile della domanda. Tuttavia, questa situazione preclude uno degli scenari che tradizionalmente favoriscono la disinflazione: un allentamento del mercato del lavoro che raffreddi le pressioni salariali. Senza questa valvola di sfogo, l’inflazione rischia di restare più ancorata ai livelli attuali.
C’è poi la componente fiscale. Per il 2026 è previsto uno stimolo fiscale aggiuntivo di oltre mezzo punto percentuale di PIL rispetto al 2025. In un’economia che già cresce a ritmi solidi, questa spinta ulteriore alla domanda aggregata potrebbe tradursi direttamente in pressioni inflazionistiche, specialmente in un contesto dove l’offerta fatica a tenere il passo.
Infine, il PIIE solleva un punto tecnico ma importante sulla politica monetaria: la Fed potrebbe sottostimare quanto la sua posizione sia effettivamente accomodante. Se il tasso neutrale dell’economia è aumentato di 50/75 punti base rispetto alle stime correnti, come alcuni indicatori suggeriscono, allora la politica monetaria sta fornendo meno restrizione di quanto la banca centrale pensi, contribuendo a mantenere le pressioni inflazionistiche.
La conclusione del PIIE è che l’ultimo miglio della lotta all’inflazione potrebbe rivelarsi il più difficile da percorrere. Non si tratta necessariamente di prevedere una spirale inflazionistica incontrollata, ma piuttosto di riconoscere che il percorso verso il target sarà probabilmente più accidentato e lungo di quanto i mercati stiano attualmente prezzando.
Per investitori e analisti, significa prepararsi a uno scenario in cui i tassi di interesse potrebbero restare elevati più a lungo del previsto, con tutte le implicazioni che questo comporta per la crescita economica e i mercati finanziari.
Foto di Gerd Altmann







