Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un improvviso ritorno in scena delle politiche protezionistiche, con il caso Groenlandia che ha portato i dazi prepotentemente sotto i riflettori mediatici prima di un altrettanto rapido rientro delle tensioni. Episodi come questo ci ricordano quanto il tema della protezione commerciale sia tutt’altro che archiviato e quanto sia facile per la politica brandire la minaccia tariffaria come arma negoziale.
Ma mentre il dibattito pubblico si concentra sui numeri apparenti delle aliquote doganali, una domanda fondamentale rimane spesso senza risposta: come misuriamo davvero l’impatto economico di queste ondate protezionistiche?
La questione non è banale come potrebbe sembrare. Quando leggiamo sui giornali che un paese applica dazi medi del cinque o del dieci percento, quella cifra racconta solo una parte della storia, e forse nemmeno la più importante. Uno studio recente pubblicato su VoxEU da James Anderson della Boston College e Yoto Yotov della Drexel University solleva proprio questo problema metodologico, proponendo un approccio radicalmente diverso per valutare il vero costo della protezione commerciale.
Gli economisti hanno tradizionalmente utilizzato quello che chiamano “indice tariffario effettivo”, sostanzialmente una media ponderata delle tariffe basata sulle quote di spesa degli importatori. Sembra ragionevole, no? Il problema è che questo approccio funziona bene per confronti temporali all’interno dello stesso paese, ma si rivela profondamente fuorviante quando vogliamo comparare i livelli di protezione tra nazioni diverse. La ragione sta negli effetti indiretti che i dazi producono sul sistema commerciale globale.
Prendiamo un esempio concreto: quando gli Stati Uniti aumentano i dazi sulle importazioni cinesi, non si limitano a ridurre la quota cinese nelle importazioni americane. Simultaneamente, creano opportunità per altri paesi che vedranno aumentare la loro quota di mercato negli USA. Ma non finisce qui: parte delle esportazioni cinesi deviate dal mercato americano si riverseranno su altri mercati, come quello giapponese, modificando le quote di mercato anche là. Alcuni produttori giapponesi, trovandosi più pressione sul mercato domestico, potrebbero a loro volta cercare maggiori sbocchi negli Stati Uniti. E così via, in una serie infinita di rimbalzi e aggiustamenti che si propagano attraverso l’intero sistema commerciale mondiale.
Per catturare questa complessità, Anderson e Yotov propongono il True Cost of Protection Index, un indicatore che incorpora non solo i dazi di un paese sulle proprie importazioni, ma anche gli effetti delle barriere tariffarie imposte da tutti gli altri paesi. Il TCP si basa sul modello “gravity” del commercio internazionale, attualmente lo strumento più affidabile per analizzare i flussi commerciali, e calcola quale tariffa uniforme su tutti i beni e tutte le origini produrrebbe lo stesso valore di importazioni osservato con le tariffe effettive, altamente eterogenee.
I risultati empirici dello studio, condotto su 99 paesi e 107 settori manifatturieri, sono illuminanti. Il TCP e le tariffe medie tradizionali hanno una correlazione di appena lo 0,65, il che significa che spesso raccontano storie molto diverse. Per gli Stati Uniti, ad esempio, il TCP risulta sistematicamente più alto delle medie ponderate tradizionali, riflettendo il deficit commerciale americano. Paradossalmente, alcuni dei paesi con i TCP più elevati non sono quelli che immagineremmo: India, Kenya e Sri Lanka superano il dieci percento, mentre economie come Cile, Perù e Romania mostrano addirittura TCP negativi, equivalenti a sussidi impliciti.
Particolarmente interessante è la scomposizione dell’incidenza del TCP tra compratori e venditori. Lo studio rivela che negli Stati Uniti sono principalmente i consumatori a pagare il conto dei dazi, non i produttori esteri come spesso si sostiene retoricamente. Allo stesso tempo, i produttori americani, specialmente nei settori dove il paese ha deficit commerciali, subiscono costi maggiori a causa delle barriere tariffarie globali.
Queste evidenze hanno implicazioni pratiche rilevanti. In un’era in cui le guerre commerciali si combattono sempre più spesso attraverso negoziati bilaterali e minacce reciproche, disporre di metriche accurate è essenziale. Il TCP offre una base più solida per valutare la reciprocità negli accordi commerciali e per comprendere chi davvero guadagna o perde quando si alzano o si abbassano le barriere tariffarie. Perché se vogliamo discutere seriamente di protezionismo, dobbiamo prima essere sicuri di misurarlo correttamente.
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