Il Medio Oriente rimane al centro dell’attenzione, ma sullo sfondo la tensione commerciale tra Stati Uniti e Cina continua. Sul finire di settimana scorsa, il ministero del commercio cinese ha annunciato l’apertura di due contro-indagini sulle pratiche statunitensi che ostacolano le esportazioni cinesi verso gli USA, definendole esplicitamente “reciproche” in risposta ad altrettante inchieste avviate da Washington ai sensi della Sezione 301. Un segnale di escalation misurata, che arriva mentre l’atteso incontro tra il presidente Trump e il leader cinese Xi Jinping continua a slittare.
In questo contesto, acquista particolare rilevanza un recente studio pubblicato dalla Federal Reserve, datato 23 marzo 2026, a firma di quattro ricercatori del Board of Governors. Il tema è di quelli caldi: come ha fatto la Cina a raggiungere una posizione così dominante nel commercio internazionale? E quale ruolo ha avuto la politica industriale statale nel costruire questo primato?
Il punto di partenza dello studio è un dato difficile da ignorare: nel 2025, la Cina ha registrato un surplus commerciale di 1.200 miliardi di dollari, pari a oltre il 6% del suo PIL — un record assoluto. Un valore che supera l’1% del PIL mondiale, il doppio dei picchi storici raggiunti in passato da Giappone e Germania.
I ricercatori della Fed individuano tre caratteristiche distintive di questa supremazia. Prima: la conquista di quote di mercato è avvenuta in quasi tutti i settori manifatturieri contemporaneamente — non solo nell’abbigliamento e nei beni a basso valore aggiunto, ma anche nelle automobili, nell’elettronica e nei prodotti ad alta tecnologia. La Cina, contrariamente a quanto molti prevedevano, ha scalato la catena del valore senza abbandonare i segmenti più bassi.
Seconda caratteristica: questa espansione cinese ha eroso significativamente le quote di esportazione delle economie avanzate. Giappone, Germania e gran parte dell’area euro sono i più colpiti, in settori che coincidono con il cuore della loro manifattura.
Terza: la crescita delle importazioni cinesi è rimasta debole, sempre più concentrata in materie prime e input energetici — che oggi rappresentano il 44% delle importazioni totali del paese. Le economie produttrici di commodity ne hanno beneficiato; quelle manifatturiere avanzate, al contrario, hanno visto calare la loro quota di esportazioni verso la Cina.
La parte più rilevante dello studio riguarda il legame tra le politiche industriali cinesi e i risultati commerciali. I ricercatori hanno utilizzato i dati del New Industrial Policy Observatory, che traccia migliaia di interventi statali per settore: sussidi, garanzie su prestiti, requisiti di contenuto locale, restrizioni alle importazioni, incentivi fiscali all’export. I settori più sostenuti dal 2017 al 2024 sono stati macchinari informatici, farmaceutica, chimica, autoveicoli e semiconduttori — tutti al centro del piano “Made in China 2025”.
Il risultato è significativo: i settori con maggiore intensità di politiche industriali hanno registrato una crescita delle esportazioni più rapida e un ampliamento del saldo commerciale più marcato. I soli primi 15 settori per intensità di intervento pubblico spiegano il 76% dell’aumento del surplus commerciale aggregato cinese nel periodo analizzato.
I ricercatori sottolineano che queste politiche agiscono su più fronti: abbassano i costi di produzione, facilitano l’espansione della capacità produttiva, riducono il rischio per i nuovi entranti e favoriscono la sostituzione delle importazioni. Non si tratta, dunque, di semplice protezione doganale, ma di una strategia sistemica che premia la competizione interna e l’orientamento all’export.
Lo studio non ignora i fattori macroeconomici tradizionali: il basso consumo delle famiglie cinesi, l’assenza di un adeguato sistema di welfare, la debolezza della domanda interna, la flessione del mercato immobiliare. Questi elementi spiegano parte del surplus. Ma la conclusione degli autori è che la politica industriale rappresenta un fattore aggiuntivo e autonomo, capace di incidere sulle dinamiche commerciali settore per settore, al di là delle variabili aggregate.
Un risultato che offre elementi concreti al dibattito in corso tra Washington e Pechino — e che difficilmente passerà inosservato nei corridoi delle cancellerie occidentali.
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