La grande fiammata inflazionistica del 2021-2023 non ha lasciato traccia soltanto sui listini: ha cambiato, almeno in parte, il modo in cui le imprese decidono quando e quanto modificare i propri prezzi. Due studi recenti — uno della Banca Centrale Europea e uno pubblicato dal CEPR, basato su dati del Regno Unito — affrontano questa domanda da angolazioni diverse, arrivando a conclusioni che si rafforzano a vicenda, dando indicazioni interessanti per il futuro dell’inflazione e della politica monetaria.
Il punto di partenza comune è una distinzione classica della teoria economica, spesso trascurata nel dibattito pubblico. Da un lato esistono le imprese che modificano i prezzi a intervalli fissi — una volta all’anno, a rinnovo contrattuale, secondo una cadenza prestabilita indipendente da ciò che accade nell’economia. Dall’altro ci sono quelle che reagiscono alle condizioni del momento: un aumento dei costi delle materie prime, una variazione della domanda, una mossa dei concorrenti. Le prime seguono una logica “tempo-dipendente”, le seconde una logica “stato-dipendente”.
Questa distinzione, in apparenza tecnica, ha conseguenze profonde: in un mondo dove prevalgono le prime, i prezzi si aggiustano lentamente e la politica monetaria ha ampia capacità di influenzare l’economia reale; in un mondo dove prevalgono le seconde, i prezzi reagiscono in modo più rapido e aggressivo agli shock inflazionistici, riducendo quello spazio di manovra.
Lo studio della BCE, che analizza circa 190 milioni di osservazioni di prezzi al consumo in nove paesi dell’area euro nel periodo 2021-2024, documenta con grande precisione come il comportamento dei prezzi sia cambiato durante la fiamma inflazionistica. Prima della pandemia, in media solo l’8% dei prezzi veniva modificato in un determinato mese. Nel 2022 questa quota è salita al 12%, toccando un picco del 16% nel gennaio 2023. L’accelerazione è avvenuta principalmente perché le imprese hanno aumentato la frequenza dei ritocchi, non tanto la dimensione di ciascun aumento. I prodotti con una maggiore esposizione ai costi dell’energia importata sono stati quelli che hanno risposto con più intensità. La BCE stima che, in assenza di questa maggiore flessibilità, il picco dell’inflazione sarebbe stato quasi un punto percentuale più basso.
Il contributo del CEPR parte invece da un’indagine diretta condotta su un ampio campione di imprese britanniche, chiedendo loro esplicitamente come impostano i propri prezzi. I ricercatori trovano che la quota di imprese con comportamento stato-dipendente è cresciuta dal 44% del 2019 a circa il 58% nel 2023, per poi stabilizzarsi intorno al 50-54%.
Ancora più interessante è l’analisi sperimentale: a fronte di shock sui costi piccoli, la differenza tra imprese stato-dipendenti e tempo-dipendenti è contenuta; quando gli shock sono grandi, il divario si allarga sensibilmente. Le imprese più reattive hanno alzato i prezzi più in fretta durante la fase ascendente dell’inflazione, ma li hanno anche ridotti più rapidamente nella fase discendente.
Il filo che unisce i due studi è dunque chiaro: gli shock inflazionistici non si limitano a far salire i prezzi, ma alterano la struttura stessa del processo di formazione dei prezzi. Quando le imprese si trovano di fronte a shock grandi, molte abbandonano i ritmi abituali e diventano più sensibili alle condizioni correnti. Questo rende l’inflazione più reattiva, sia nella salita sia nella discesa, e suggerisce che le economie avanzate potrebbero rispondere ai futuri shock in modo diverso rispetto al passato pre-pandemico.
Per le banche centrali, significa che uno shock importante può trasmettere i propri effetti all’inflazione più rapidamente di quanto i modelli tradizionali prevedano — una ragione in più per agire con tempestività, ma anche la consapevolezza che la disinflazione, una volta innescata, può procedere altrettanto velocemente.
Foto di Steve Buissinne







