Parlare di felicità in questo momento storico richiede una certa dose di coraggio intellettuale. Con i conflitti aperti che continuano a segnare interi continenti, le tensioni geopolitiche che ridisegnano gli equilibri globali e un’incertezza economica che fatica a dissolversi, soffermarsi su un indice della felicità potrebbe sembrare un esercizio fuori contesto. Eppure è proprio nelle fasi più complesse che certe misurazioni acquistano senso: capire dove e perché le persone stiano meglio o peggio non è una curiosità statistica, ma un punto di partenza per ragionare su politiche, modelli sociali e scelte collettive.
Il World Happiness Report 2026, pubblicato settimana scorsa dal Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford in collaborazione con Gallup e con il sostegno delle Nazioni Unite, offre quest’anno uno spaccato particolarmente articolato. La Finlandia si conferma il paese più felice del mondo per il nono anno consecutivo, con un punteggio medio di 7,76 su 10. Alle sue spalle si collocano Islanda, Danimarca e, novità di rilievo, Costa Rica, che balza al quarto posto — il suo posizionamento più alto di sempre. Seguono, a completare la top ten, Svezia, Norvegia, Paesi Bassi, Israele, Lussemburgo e Svizzera.
L’ingresso della Costa Rica tra i primi cinque è particolarmente interessante: il paese centroamericano era ventitreesimo appena tre anni fa, e secondo i ricercatori il balzo è attribuibile alla solidità dei legami familiari e al forte capitale sociale che caratterizza l’America Latina nel suo complesso. In altre parole, par di capire, le relazioni sociali e le persone possono essere un motore della felicità; di questi tempi, una rivoluzione!
Nel complesso, la fotografia che esce dal World Happiness Report 2026 è meno cupa di quanto ci si potrebbe aspettare: tra i 136 paesi classificati, ben 79 hanno registrato miglioramenti statisticamente significativi rispetto al periodo 2006–2010, contro 41 che hanno invece visto un declino. Una delle tendenze più incoraggianti riguarda l’Europa centro-orientale, dove paesi come Serbia, Bulgaria, Romania e Lituania figurano tra quelli con i maggiori progressi nel benessere dei giovani. La convergenza tra Est e Ovest del continente, almeno su questo fronte, sembra una realtà in consolidamento.
Ben diversa è invece la situazione nel mondo anglofono. Per il secondo anno consecutivo nessun paese di lingua inglese compare nella top ten: gli Stati Uniti sono ventitreesimi, il Canada venticinquesimo, il Regno Unito ventanovesimo. Il dato più preoccupante, però, riguarda i giovani. Il report ha iniziato a occuparsi di quella che i ricercatori considerano una vera e propria crisi della felicità giovanile, e i numeri parlano chiaro: le valutazioni della vita degli under-25 negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in Nuova Zelanda sono calate in modo significativo nell’arco dell’ultimo decennio. Tutti e quattro questi paesi si collocano tra il 122° e il 133° posto nella classifica dei cambiamenti di benessere giovanile su 136 nazioni, una posizione difficile da ignorare.
A rimarcare la particolare situazione dell’anglosfera è stato l’Economist, sottolineando come la divergenza sia più netta proprio nella fascia under-25. Il paradosso è evidente: paesi ricchi, con istituzioni solide e libertà individuali garantite, eppure con una generazione giovane sempre più insoddisfatta. Molti ricercatori puntano il dito contro i social media, e il report 2026 dedica ampio spazio proprio a questo tema. I ragazzi che trascorrono molte ore sui social mostrano livelli di benessere sensibilmente inferiori, con effetti particolarmente marcati tra le ragazze dei paesi di lingua inglese e dell’Europa occidentale.
Non si tratta però di un fenomeno uniforme: in America Latina, dove l’uso dei social è altrettanto diffuso, le piattaforme orientate alla comunicazione diretta — come WhatsApp — mostrano associazioni positive con la soddisfazione di vita, mentre quelle dominate da algoritmi e contenuti di influencer tendono a produrre l’effetto contrario.
Il senso di comunità, la fiducia negli altri, la stabilità del welfare: sono questi i fattori che continuano a distinguere i paesi in cima alla classifica. La felicità, almeno quella misurabile, si costruisce nei legami — e proteggerli, anche nell’era digitale, sembra ancora la sfida più difficile.
Foto di prohispano





