Le tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa, le incertezze attorno ai dazi di Trump e il conflitto in corso in Ucraina ricordano quanto la geopolitica pesi sull’economia reale. Ma c’è una dimensione spesso trascurata nel dibattito pubblico: quella finanziaria. Quanto incidono le fratture geopolitiche sul credito bancario internazionale? E, soprattutto, questi effetti sono simmetrici — ovvero, una distensione fa ripartire i flussi con la stessa velocità con cui una crisi li blocca?
Un recente studio della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS Working Paper n. 1338, marzo 2026) ci offre qualche risposta, non priva di implicazioni interessanti per la stretta attualità.
I ricercatori hanno analizzato quasi cinque decenni di dati bilaterali sul credito bancario transfrontaliero, tra oltre 12.000 coppie di paesi, dal 1977 al 2024. Il risultato più rilevante riguarda una forte asimmetria: gli eventi geopolitici negativi riducono il credito tra blocchi contrapposti in misura significativa — tra il 10 e il 20% in meno rispetto ai flussi all’interno degli stessi blocchi — mentre gli eventi positivi non producono un effetto speculare. La caduta del Muro di Berlino nel 1989, ad esempio, ha generato un’espansione robusta del commercio internazionale tra Est e Ovest, ma non ha fatto altrettanto per il credito bancario, rimasto sostanzialmente invariato nelle relazioni tra i due blocchi per anni.
Il confronto storico tende a confermare questa tendenza. L’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 è associata a un calo del credito tra blocchi di quasi il 50%, la più intensa tra le crisi analizzate. L’annessione della Crimea nel 2014 ha prodotto una contrazione del 30%, più marcata di quella seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022, che si attesta intorno al 10%. Gli autori hanno anche verificato, tramite un “test placebo“, che la crisi finanziaria globale del 2008 — un evento sistemico ma non geopolitico — non ha generato alcuna frattura lungo le linee di divisione tra blocchi.
La spiegazione proposta dagli autori ruota attorno al concetto di fiducia. Il credito bancario, soprattutto quello di lungo periodo e non garantito, richiede un grado di fiducia molto superiore rispetto allo scambio di merci. Un’esportazione si chiude in tempi brevi, con una controparte reale e tangibile; un prestito è una promessa che si estende nel tempo, spesso senza garanzie collaterali. Quando la geopolitica erode la fiducia tra paesi, ricostruirla è un processo lento e discontinuo — e i dati lo confermano.
Le implicazioni per l’attualità sono dirette. Una eventuale distensione tra Russia e Occidente, qualora si realizzasse, potrebbe far ripartire il commercio con relativa rapidità, come già avvenne negli anni Novanta. Ma il credito bancario richiederà tempi assai più lunghi. Allo stesso modo, le tensioni in atto all’interno dell’alleanza occidentale — tra Europa e Stati Uniti — potrebbero lasciare tracce durature nei flussi finanziari transatlantici, con conseguenze rilevanti per un sistema finanziario globale ancora profondamente concentrato nelle economie occidentali.
La geopolitica, insomma, non lascia solo cicatrici commerciali. Lascia anche cicatrici finanziarie, e queste guariscono più lentamente.
Foto di Yuri







