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Il numero che interroga i mercati: 650 miliardi di dollari di investimenti per l’intelligenza artificiale

650 miliardi di dollari. Si tratta del totale di miliardi di dollari di capitale che quattro società – Amazon, Meta, Alphabet e Microsoft – hanno pianificato di investire quest’anno in infrastrutture digitali a supporto dell’intelligenza artificiale. Una somma che interroga sulla sostenibilità finanziaria ed energetica di questa rivoluzione tecnologica.

C’è un numero che gira da qualche giorno tra le scrivanie degli analisti e che sta alimentando, direttamente o indirettamente, la nuova ondata di incertezza sui mercati finanziari. Il numero in questione è 650 miliardi e per la precisione si tratta del totale di miliardi di dollari di capitale che quattro società – Amazon, Meta, Alphabet e Microsoft – hanno pianificato di investire quest’anno in infrastrutture digitali a supporto dell’intelligenza artificiale, quell’insieme che con una sineddoche chiamiamo data center.

Per dare un’idea di cosa siano 650 miliardi di dollari in investimenti, l’agenzia Bloomberg ha provato a trovare qualche paragone e, con un po’ di fatica, ha individuato il boom di investimenti nelle telecomm degli anni ’90 dello scorso secolo. E ancora più indietro, la costruzione della rete ferroviaria statunitense e il New Deal di Roosevelt. Dimensioni record, quasi un raddoppio rispetto a quanto stanziato nel 2025, dieci volte gli investimenti effettuati nel 2018. Sempre Bloomberg propone un altro termine di paragone ancora più eloquente: nel 2026 le principali società della cosiddetta “old economy” prevedono investimenti per 180 miliardi di dollari e stiamo parlando di settori non secondari, come quello dei trasporti, delle costruzioni, della difesa. Ventuno aziende messe insieme – tra cui Exxon Mobil, Intel, Walmart e i colossi dell’auto – non raggiungeranno quello che solo Amazon ha deciso di spendere quest’anno: 200 miliardi.

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È un numero che non può lasciare indifferenti. Ed in effetti i mercati finanziari non sono rimasti indifferenti. Ma la motivazione di fondo della loro reazione non è forse quella a cui tutti noi, bene o male, stiamo pensando. Nei desk operativi questo oceano di soldi significa due cose in particolare. In primis tempi lunghi per vedere profitti, e questo, si sa, rende meno desiderabili le società. In secondo luogo, questa enorme capacità di calcolo aggiuntiva non farà altro che accelerare la disruption nel settore tecnologico. Tech mangia tech, verrebbe da dire.

La dimostrazione più eclatante è arrivata pochi giorni fa con il crollo delle società di software, affondate dall’annuncio da parte di Anthropic dei nuovi plugin per Claude Cowork, il suo assistente AI capace di svolgere compiti complessi in autonomia. I plugin, rilasciati il 30 gennaio, sono specifici per settori come legal, finance, sales e marketing, e hanno innescato il panico tra gli investitori. Thomson Reuters è crollata del 15,83% in un solo giorno – la peggiore seduta della sua storia. LegalZoom ha perso quasi il 20%. Complessivamente, quasi mille miliardi di dollari sono evaporati dalle capitalizzazioni delle società di software e servizi professionali globali in appena quarantotto ore.

Lo stesso CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha rivelato in un’intervista che lo sviluppo della nuova versione ha richiesto poche settimane, perché alla sua realizzazione ha contribuito la stessa IA. Non è difficile capire perché gli investitori siano nervosi: l’IA ha la capacità di fare piazza pulita nel settore tecnologico, divorando ogni angolo del mercato e lasciando briciole a chi riuscirà a resistere. Ecco allora la corsa alla rotazione settoriale, magari fiondandosi sul comparto energia o passando direttamente ad altri asset.

Ma non è solo questo. Quel numero, quei 650 miliardi di dollari, è un enorme punto di domanda sulla sostenibilità di questa rivoluzione tecnologica. Per costruire questi data center servono spazi, materie prime, lavoratori. Per farli funzionare è necessario garantire una fonte di energia stabile. I data center divorano energia a ritmi vertiginosi – secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il consumo potrebbe raddoppiare entro il 2026 fino a raggiungere 1.000 terawattora, l’equivalente del consumo elettrico del Giappone – e rischiano di entrare in competizione nell’uso delle risorse con le comunità nelle quali verranno installati.

Elon Musk, visionario certo ma con uno spiccato senso per fiutare il vento, ha individuato nello spazio l’unico luogo possibile per poter effettivamente sviluppare una capacità di memoria e di calcolo compatibile con i balzi tecnologici che l’IA può garantire. Pochi giorni fa ha annunciato la fusione tra SpaceX e xAI, presentando piani per lanciare fino a un milione di satelliti che formeranno data center orbitali alimentati dall’energia solare. “Nel lungo termine, l’IA spaziale è ovviamente l’unico modo per scalare,” ha scritto Musk, prevedendo che entro 2-3 anni sarà più economico operare nello spazio che sulla Terra. “Nello spazio c’è sempre sole!” ha aggiunto con il suo consueto ottimismo.

Ma anche Google e Jeff Bezos (con Blue Origin) stanno esplorando soluzioni orbitali, mentre qui a terra altri pensano al nucleare o a dislocare i loro data center in territori in grado di garantire risorse rinnovabili come il fotovoltaico in modo stabile. Microsoft ha siglato un accordo ventennale per riattivare la centrale nucleare di Three Mile Island, Meta ha firmato contratti per 6,6 gigawatt di capacità nucleare entro il 2035, Google è stato il primo a comprare energia da reattori modulari di piccole dimensioni.

La vera battaglia, ormai è chiaro, si gioca tutta qui: chi riuscirà a trovare la soluzione più efficiente per alimentare l’intelligenza artificiale vincerà. Gli effetti collaterali rimangono sullo sfondo, ma sono soprattutto questi – il consumo energetico, l’impatto ambientale, la competizione per le risorse – che non lasciano indifferenti di fronte a certi investimenti. E forse, più dei 650 miliardi stessi, è proprio l’incertezza su come gestire questa fame di energia che sta davvero scuotendo i mercati.

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