ll sistema incagliato nel canale di Suez

Quanto sta accadendo nel canale di Suez rappresenta un altro indizio della difficile sostenibilità di un sistema produttivo e commerciale basato su catene del valore globalizzate.

Mentre stiamo scrivendo questo post nel canale di Suez proseguono senza sosta – e con i primi timidi successi – le operazioni attorno all’immensa porta container Ever Given che, da quache giorno, blocca il transito di centinaia di navi nella stretta via di passaggio tra il Mar Rosso ed il Mediterraneo. I numeri di questa vicenda sono importanti e con essi le conseguenze sulle già ingolfate supply chain globali. Ma la vicenda del cargo della compagnia taiwanese EverGreen è la riprova, ad un anno esatto dallo scoppio della pandemia, di come un sistema economico con una catena del valore così diffusa a livello globale sia sempre più fragile.

I numeri, dicevamo. Partiamo proprio da quelli. Attraverso il canale di Suez passa il 13% del traffico marittimo mondiale e la quasi totalità del traffico merci tra l’Asia e l’Europa. In quella stretta via di passaggio inaugurata nel 1867 e sul cui controllo si sono combattute sanguinose battaglie, circola la linfa vitale di molti settori manifatturieri europei e non solo. Componentistica per il settore automotive, petrolio, gas, granaglie, caffè. Solo per citarne alcuni. Ogni giorno di blocco costa all’economia globale qualcosa come 10 miliardi di dollari, ed ogni giorno di blocco allunga di 24 ore i tempi di gestione e smaltimento delle merci, rendendo indisponibili container per altri trasporti. Secondo i calcoli di una società tedesca, riportati dal Wall Street Journal, due settimane di blocco diminuirebbe del 25% la disponibilità di container utili per il trasporto di merci. Per Allianz una settimana di blocco – al momento l’ipotesi più probabile – può provocare un danno pari allo 0.2%-0.4% alla crescita annua del commercio internazionale.

Oltre ad un rallentamento della produzione da parte di molte filiere industriali, l’incidente della EverGiven rischia di aumentare la pressione, di per sè già alta, sui prezzi alla produzione e di rinfocolare le paure di una fiammata inflazionistica nei prossimi mesi sui prezzi al consumo. I dati raccolti da Bloomberg parlano chiaro. Il costo di un carico merci di unità equivalente a quaranta piedi (FEU, circa 76 metri cubi di ingombro totale) è balzato dai circa 2.2 mila dollari di inizio inverno 2020, agli 8.8mila dollari di marzo 2021. In questo climax di prezzi e di corrispondente scarsità di container disponibili per il trasporto, un blocco ad uno dei gangli principali della circolazione merci mondiale può solo fa accelerare la tendenza.

Ma dietro la vicenda EverGiven si cela un problema più ampio, ed è quello della sostenibilità di un sistema produttivo e commerciale così estremamente globale ed interdipendente. Anche in questo caso i numeri dicono tutto. Nel 1996, citiamo dati riportati dal Wall Street Journal, il numero massimo di container trasportati da una nave cargo raggiungeva le 7mila unità. Attorno al 2005 questo numero era cresciuto a 15 mila. La EverGiven ne porta oltre 20 mila. Questo aumento vertiginoso della portata e delle dimensioni dei cargo è conseguenza diretta della pressione della domanda e potrebbe, secondo alcuni, diventare insostenibile per le stesse infrastrutture marittime, ed in particolare per i delicatissimi canali artificiali. In altre parole, l’incidente occorso alla EverGiven potrebbe non essere un caso isolato ma un campanello d’allarme – il secondo dallo scoppio della pandemia – sulla sempre più complicata sostenibilità di un economia basata su supply chain globali e on demand.

Foto di Markus Distelrath

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