La carbon tax? Non è nemica di crescita ed occupazione

Tassare le emissioni di diossido di carbonio per ridurle. E’ il concetto, molto semplice, della carbon tax. Una tassa che viene spesso osteggiata, specialmente in ambienti politici, sostenendo che la sua applicazione avrebbe effetti negativi sulla crescita economica e sull’occupazione. Due recenti studi smentisconono questa tesi.

Pubblicato sul Wall Street Journal il 17 gennaio dell’anno scorso, il Climate Leadership Council’s statement è un documento firmato da oltre 3500 economisti di tutto il mondo. I suoi 5 punti sono il riassunto del perchè e del come l’applicazione di una carbon tax sia il metodo più efficace e veloce per diminuire le emissioni di diossido di carbonio (ossia l’anidride carbonica) nell’atmosfera, obiettivo fondamentale per cercare di rallentare il più possibile il surriscaldamento del nostro pianeta ed evitare il peggio.

Ma quanto costa tutto questo al sistema produttivo? E ci possono essere ricadute sulla crescita economica e sull’occupazione? Domande legittime, specie in periodi storici complicati come quello che stiamo vivendo. Il Fondo Monetario Internazionale, lo abbiamo visto settimana scorsa, ammette che la transizione energetica dal fossile alle rinnovabili – che è la reazione indotta dalla carbon tax sul sistema produttivo – ha dei costi ma che, tuttavia, questi sembrano ampiamente sopportabili.

Due ricerche condotte dall’istituto Resources for the Future (RFF) e pubblicate sulla rivista Resources provano a guardare ai dati. Con le prime carbon tax applicate già ad inizio degli anni 90, spiegano gli autori Gilbert Metcalf and James Stock, è possibile valutare l’impatto della tassazione sia sulla crescita economica che sull’occupazione.

L’elaborazione dei dati raccolti su un orizzonte temporale di 30 anni in 15 paesi europei che applicano una carbon tax ci dicono tre cose: non esiste un’evidenza empirica significativa che la carbon tax incida sulla crescita di lungo periodo; si può sicuramente escludere che abbia effetti negativi sulla crescita; gli effetti sull’occupazione sono addirittura positivi. Le motivazioni di tali risultati potrebbero essere diverse. Molti paesi, suggeriscono le ricerche, hanno utilizzato i proventi della carbon tax per la riduzione di altre tasse e questo potrebbe aver spinto i consumi. Ma la necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica incentiva anche l’attività di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie e l’avanzamento tecnologico, la teoria macroeconomica in questo ci conforta, è uno degli ingredienti della crescita economica nel lungo periodo.

Lo studio di Gilbert Metcalf and James Stock ci dice anche qualcos’altro. Ipotizzando una tassazione media di 40 dollari a tonnellata sul 30% delle emissioni, la riduzione del volume complessivo di anidride carbonica rilasciata andrebbe dal 4 al 6%.

Le ricerche dell’RFF sembrano confermare altri studi condotti su altre aree geografiche.

Il Center on Global Energy Policy nel 2018 ha simulato l’applicazione negli USA di una tassa sulle emissioni pari a 50 dollari a tonnellata. I risultati mostrano come gli effetti sulla crescita e sull’occupazione siano anche legati all’utilizzo che lo stato decide di fare dei proventi dell’imposta. Nella simulazione sull’economia statunitense gli autori, Diamond e Zodrow, ci dicono che se le somme riscosse vengono utilizzate per ridurre altre imposte o abbattere il debito, gli effetti sul PIL e sull’occupazione nel lungo periodo sono positivi. Nel breve periodo, invece, si andrà incontro a modesti effetti negativi, velocemente riassorbibili. Lo scenario cambia di molto nel caso in cui i proventi della carbon tax vengano restituiti in maniera uniforme alle famiglie (attraverso i cosiddetti rebates). In questa ipotesi le conseguenze sono negative, sia per la crescita economica che per la domanda di lavoro, anche nel lungo periodo.

Un analogo studio condotto dal Zhang Zhixina e Li Yab ha valutato le possibili conseguenze dell’applicazione della carbon tax sul tessuto industriale cinese. I risultati confermano che gli impatti sul PIL sono di breve termine e che la loro quantificazione varia a seconda del settore industriale di applicazione. La tassazione penalizzerebbe molto i settori ad alte emissioni, come è logico aspettarsi, ma rappresenterebbe una spinta per altri comparti, come il turismo e le comunicazioni.

Foto di JuergenPM

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