La lunga marcia dell’idrogeno

Con il crescere della “sete” di energia rinnovabile si fanno sempre più interessanti le prospettive di sviluppo della produzione e distribuzione dell’idrogeno green.

La capitale europea del petrolio. Così Aberdeen, nel cuore della Scozia, è chiamata da decenni per il ruolo centrale che le società petrolifere hanno avuto nel suo sviluppo economico. Ma si sa, le cose cambiano. Così, da inizio novembre, Aberdeen sarà anche la prima città al mondo a veder circolare sulle sue strade 15 verdi double-decker ad idrogeno. Questa flotta di bus a due piani, realizzati da una società nord irlandese, sono la punta di diamante di una strategia green per il trasporto pubblico che in Gran Bretagna porterà, probabilmente già entro il 2022, ad introdurre i primi treni ad idrogeno.

Idrogeno è la parola chiave. Si, perchè se la propulsione elettrica sta facendo breccia nel mercato dell’auto, l’idrogeno si sta facendo largo, come energia alternativa al fossile, nella grande industria e nel trasporto pubblico. L’Unione Europea progetta di realizzare impianti di elettrolisi (uno dei metodi non inquinanti per produrre idrogeno) per una capacità di 40 gigawatts entro il 2030, sviluppando al contempo un piano di investimenti pubblici e privati da oltre 400 miliardi di euro, con target il 2050 e la creazione di un vero e proprio mercato dell’idrogeno. Germania, Francia, Spagna e Portogallo stanno già lavorando alla creazione di un’industria dell’idrogeno che preveda impianti di produzione green, stoccaggio e sistemi di trasporto. La Spagna, ultima ad essersi unita a questo club, si è posta l’obiettivo di raddoppiare, entro il 2050, la sua attuale capacità di produzione di energia “green”, con un piano di investimenti di 8,9 miliardi di euro destinati a rafforzare la propria posizione nella catena di produzione e distribuzione dell’idrogeno.

Anche l’Italia si muove su questo campo. L’obiettivo di ridurre del 30% le emissioni di CO2 entro il 2030 passa anche attraverso l’adozione dell’idrogeno green. Snam, Eni ed Enel hanno già avviato dall’anno scorso progetti e collaborazioni per lo sviluppo di impianti di fornitura di idrogeno green. Una ricerca della società McKinsey, commissionata da Snam, sottolinea come il nostro paese possa contare su diversi vantaggi “strutturali” nell’implementazione dell’idrogeno green, dalla presenza di risorse di energia rinnovabile all’infrastruttura “midstream”, fino alla vicinanza geografica con il nord Africa, che potrebbe consentire l’importazione di idrogeno green a basso costo. Secondo McKinsey è proprio sul costo che l’Italia potrebbe avere un vantaggio competitivo sugli altri paesi europei, potendo teoricamente raggiungere la parità di costo di produzione (Total Cost of Ownership) tra idrogeno e diesel con un decennio di anticipo rispetto ai partner continentali.

Gli investimenti sono la chiave per far si che questa nuova fonte di energia possa arrivare a sostituire quella fossile. Secondo Bloomberg NEF (BNEF) il settore avrà bisogno di tanti capitali. 11 trilioni di dollari per raggiungere un obiettivo ambizioso: soddisfare entro il 2050 un quarto della domanda globale di energia dell’industria. E’ evidente che il settore pubblico da solo non può farcela, la vera spinta arriverà da quanto e come interverrà il settore privato. E movimento cominica ad essercene. Mitsubishi Power America pianifica di realizzare tre impianti tra Stati Uniti e Germania (qui lo scopo è fornire energia al colosso metallurgico Thyssenkrupp), mentre l’australiana Infinite Blue Energy sta per sbarcare sulla borsa di Sidney diventando la prima green hydrogen firm quotata. Il colosso coreano Hyundai punta sull’utilizzo dell’idrogeno nel settore del trasporto privato (auto e soprattutto camion).

Attualmente il maggiore problema legato all’idrogeno green è relativo al suo costo di produzione. Stando sempre ai calcoli di BNEF oggi il costo a chilogrammo dell’idrogeno green veleggia tra i 2,5 ed i 4,5 dollari. L’idrogeno ottenuto con energia fossile, invece, costa oggi attorno al dollaro a chilogrammo. Ridurre i costi legati ai complessi impianti di elettrolisi sarà la chiave per rendere questa fonte di energia competitiva sul mercato. McKinsey, nella ricerca sopra citata, pone questo traguardo attorno al 2030, ma un programma di investimenti ed incentivi pubblici potrebbe accorciare di molto il tragitto.

Foto di andreas N

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