Reddito di cittadinanza? Aumenta la felicità ma non il lavoro (almeno in Finlandia)

A poco più di un anno di distanza dalla pubblicazione dei dati preliminari, ieri il Kela ha diramato i risultati definitivi dell’esperimento biennale di reddito di cittadinanza in Finlandia.

In tempo di coronavirus si è riacceso il dibattito sull’opportunità di un reddito universale, un sostegno economico, uno strumento redistributivo capace di ridurre l’impatto degli effetti economici della pandemia nelle fasce più deboli della popolazione.

Ma il reddito di cittadinanza ha un impatto positivo sul mercato del lavoro? La domanda, che circola da anni, ha ora una prima, seppur parziale, risposta; e arriva dalla Finlandia, paese che nel biennio 2017-2018 è stato artefice di un esperimento in tal senso.

A 2000 disoccupati finlandesi, scelti a random, sono stati versati per 24 mesi 560 euro mensili esentasse. In questo lasso di tempo il campione selezionato non poteva uscire dal programma di sovvenzione ed era libero di intraprendere un nuovo lavoro.

Un primo risultato preliminare era stato comunicato nel febbraio del 2019 e diceva che sostanzialmente il reddito di cittadinanza, così configurato, non funzionava.

Ieri l’ente gestore dell’esperimento, il Kela, ha diramato i risultati definitivi, che ricalcano quelli preliminari ed aggiungono qualcosa in più. Chi ha ricevuto il sostegno, afferma il documento, ha dichiarato un miglior stato di benessere psichico rispetto al gruppo di non percettori. Meno tristezza, meno casi di depressione e meno solitudine. Insomma, una generale sensazione di felicità.

Dall’altro lato, però, gli effetti dal punto di vista del mercato del lavoro sono giudicati dal Kela come marginali. Kari Hämäläinen, ricercatore dell’istituto finlandese VATT, ha commentato il risultato definitivo dell’esperimento sottolineando un punto: le motivazione che mantengono fuori dal mercato del lavoro. Per alcuni soggetti è evidente che il problema non è né economico, né burocratico.

Dall’università di Helsinky, inoltre, si sottolineano dubbi sull’efficacia concreta del sussidio. Per i soggetti con situazioni critiche già prima della percezione dell’assegno, infatti, i benefici della nuova entrata sono stati minimi.

Insomma l’esperimento finlandese sembra dimostrare l’inefficia di un meccanismo che contemperi sia le necessità di fornire un sostegno di base ai cittadini più bisognosi, sia quella di incentivare la partecipazione al mercato del lavoro. Non risolve i problemi di chi è in profonda difficoltà e non incentiva la creazione di nuovi posti di lavoro; rimane a mezza via, per così dire.

Il suggerimento che arriva dall’estremo nord dell’Europa è che, molto probabilmente, i problemi della minima sussitenza e del lavoro andrebbero affrontati su piani separati.

Foto di Anastasia Borisova

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