Ricerche economiche sul COVID-19? Non per donne

La gender inequality è un problema che la pandemia rischia di ingigantire. Un recente contributo di quattro giovani studiose ci dice, ad esempio, che alle ricerche economiche sul COVID-19 sta prendendo parte una bassa percentuale di donne.

Nei primi quattro mesi del 2020 sono stati pubblicati 798 working paper su argomenti economici, buona parte concentrati nei mesi di marzo e aprile; più della metà incentrati sulle mille sfaccettature degli effetti economici della pandemia di COVID-19.

Sino a qui nulla di anormale. Un fenomeno completamente nuovo è “benzina” per il settore della ricerca. Ma uno studio condotto da Noriko Amano-Patiño, Elisa Faraglia, Chryssi Giannitsarou e Zeina Hasna ci dice qualcosa in più: solo il 20% delle ricerche economiche è firmato da donne. Anzi, scrivono le autrici, la percentuale crolla al 12% se si prendono in considerazione solo le ricerche svolte su tematiche correlate al COVID-19.

Lo studio, tutto da leggere, partendo da questa considerazione, prova ad individuare quali siano le cause di queste evidente sproporzione. Secondo le autrici esistono tre ordini di motivi per i quali le autrici donne sono in netta minoranza.

La prima spiegazione che viene proposta ha a che fare con il differente approccio alla ricerca tra uomo e donna. Queste ultime, infatti, tendono ad essere più prudenti nell’investigare fenomeni molto recenti e con poche basi informative.

La seconda spiegazione è legata ad una amara constatazione. Le ricerche svolte da donne passano un vaglio molto più esigente rispetto a quelle proposte da colleghi uomini (Hegel, 2020). Questo comporta una minor quantità di elaborati pubblicati con firme femminili.

La terza spiegazione si lega in parte con quanto abbiamo già avuto modo di ricordare in un recente post e che molte altre ricerche stanno confermando. Le misure di lockdown penalizzano il lavoro femminile e questo per la tendenza a demandare alla donna la maggior parte delle attività di cura dei figli e di sostegno alle loro attività scolastiche. Le autrici ci ricordano come evidenze di questo siano state riscontrate in paesi quali Francia, Germania e Stati Uniti.

Noriko Amano-Patiño, Elisa Faraglia, Chryssi Giannitsarou e Zeina Hasna, che promettono di tenere monitorato l’andamento delle pubblicazioni anche nei prossimi mesi, aggiungono un altro aspetto interessante. I più prolifici nello “sfornare” working paper sono stati gli economisti senior, mentre i colleghi più giovani e le colleghe donne hanno per la maggior parte continuato le ricerche già in essere e non legate alla stretta attualità.

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