Tensioni commerciali ancora protagoniste nel 2020?

La quadra trovata sul primo step dell’accordo tra USA e Cina è stata festeggiato – poco ad essere sinceri – da mercati ed analisti come l’inizio di una nuova fase. Eppure ci sono tanti motivi per ritenere che le tensioni commerciali possano rimanere protagoniste anche nel 2020.

La bozza di accordo USA Cina, appena 86 pagine suddivise in 9 capitoli, verrà firmato ad inizio 2020 e si basa soprattutto su dazi ed impegni di importazione. Cancellato il nuovo round di tariffe su beni cinesi previsto per lo scorso 15 dicembre, gli USA si impegnano a ridurre i dazi su 120 miliardi di dollari di beni cinesi dal 15% al 7,5%. Dall’altra parte, la Cina si impegna ad aumentare le importazioni di beni statunitensi per circa 200 miliardi di dollari. Questo è il cuore del primo step, contornato da ipotesi di lavoro e promesse sulla protezione dei diritti intellettuali, sulla tecnologia e su tutte le altre, spinosissime, questioni aperte tra i due paesi.

Un percorso ancora lungo e ricco di insidie attende gli “sherpa” dei due paesi. Come sottolinea il negoziatore americano, Robert Lighthizer, si tratta di scalare una montagna un passo alla volta, cosa che implica – aggiungiamo – il rischio di inciampare lungo il percorso.

E di inciampi potrebbero essercene molti. A cominiciare dalla reazione all’accordo da parte di altri paesi. Concordare più importazioni con gli USA potrebbe significare per la Cina infrangere il principio di non discriminazione del WTO. Secondo Joe Glauber dell’International Food Policy Research Institute – sentito dall’Economist – paesi come Australia, Brasile e Canada starebbero studiando molto attentamente il dossier.

A questo genere di ostacoli va poi aggiunta l’oramai storica volatilità di pensiero del presidente Trump. Atteggiamento che, con l’impeachment da gestire e le prossime elezioni a novembre, potrebbe rivelarsi un’arma fondamentale per intercettare gli elettori americani.

La telenovela tra Washington e Pechino rischia inoltre di distogliere l’attenzione da altre difficili relazioni commerciali, spuntate qua e la nel corso dell’anno. Tensioni commerciali, figlie di una congiuntura economica che rende le economie sensibili anche ai decimali di crescita, che non sembrano volerci abbandonare tanto facilmente nel 2020.

Per gli USA, ad esempio, rimane aperto un corposo dossier nei confronti dell’Unione Europea. Sempre Robert Lighthizer ricordava qualche giorno fa alla Fox News che il rapporto tra Stati Uniti ed Unione Europea è significativamente sbilanciato, pieno di barriere (da parte europea) e di problemi da affrontare. Non propriamente parole accomodanti. Dopo i dazi su acciaio ed alluminio e la sentenza WTO sugli aiuti di stato ad Airbus, altri fronti si sono aperti ed altri potrebbero aprirsi nei prossimi mesi. Basti pensare alla risposta di Trump sulla web tax francese (dazi) e la minaccia ad altri paesi che vorrebbero applicarla (e c’è anche l’Italia). L’Europa non sta certo a guardare. Con un’azione speculare a quella che ha portato alla sentenza Airbus, l’Unione Europea attende nei prossimi mesi la sentenza del WTO sugli aiuti di stato USA alla Boeing.

Una situazione potenzialmente esplosiva. A gennaio è probabile un primo incontro tra le parti. La posta in gioco è notevole, considerando che il giro d’affari tra le due sponde dell’oceano raggiunge quota 1,3 trilioni di dollari all’anno.

La rivoluzione trumpiana in materia di rapporti commerciali internazionali sembra aver fatto scuola. Ne sono la prova alcune recenti prese di posizione: la Germania con la Cina sul caso Huawei; la meno divulgata richiesta di intervento da parte del WTO fatta dall’Indonesia sui limiti UE all’importazione di olio di palma.

Le tensioni commerciali non sembrano dare segni di vera dissolvenza, la crisi del modello multilateralista, unita alle evidenti difficoltà di crescita di molti paesi, sembra aver aperto una ferita di non facile sutura.

Foto di Ryan McGuire

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