Le domande improvvise. Cos’è il NAIRU?

In un mondo perfetto, dove i fattori produttivi sono pienamente utilizzati e la quantità di lavoro di equilibrio è determinata solo dall’incrocio di domanda ed offerta, ci troveremo comunque di fronte ad una percentuale di disoccupati. Si tratta di un tasso di disoccupazione “naturale”, spiegato dal NAIRU.

Perchè esiste la disoccupazione? La domanda, così semplice nella sua formulazione, è tutt’altro che di facile soluzione. Cercando di semplificare potremmo dire che la disoccupazione ha a che fare con diverse variabili. Innanzitutto le dinamiche della domanda e dell’offerta di lavoro. Poi dobbiamo tener conto del tempo che intercorre tra l’abbandono di un posto di lavoro ed una nuova assunzione, situazione che si verifica sovente nel mondo del lavoro e che rappresenta una situazione di disoccupazione frizionale (frictional unemployment). Infine la disoccupazione ha a che fare anche con il progresso tecnologico. Alcune abilità lavorative possono, ad un certo momento, diventare obsolete e non più utili al processo produttivo. I lavoratori in possesso di tali abilità difficilmente troveranno nuova occupazione, specie se hanno difficoltà ad aggiornare le proprie competenze (disoccupazione strutturale). In ogni momento ci troveremo di fronte a casi di disoccupazione frizionale o di tipo strutturale. Esiste sostanzialmente un tasso naturale di disoccupazione che non può essere eliminato.

Dagli inizi del 900 molti economisti hanno cercato di indagare il comportamento della disoccupazione rispetto ad altre variabili macroeconomiche. Particolarmente convincente si dimostrò sin da subito il rapporto tra inflazione e tasso di disoccupazione. In sostanza esiste una relazione inversa tra le due variabili: al crescere della disoccupazione cala l’inflazione e viceversa. La “catena di trasmissione” di questo rapporto sono i salari.

A livello teorico ciò deriva dalla cosiddetta equazione dei salari, per la quale tanto più aumenta la disoccupazione, tanto più diminuisce il salario reale (al netto dell’inflazione). Se c’è un alto tasso di disoccupazione i lavoratori hanno meno potere contrattuale e saranno costretti ad accettare livelli di salario più bassi. Viceversa un basso tasso di disoccupazione rafforza il potere contrattuale dei lavoratori che possono spuntare salari più alti. I prezzi dei beni e dei servizi, che non sono altro che la somma del costo della produzione (incluso il costo del lavoro) e del ricarico operato dalle imprese, in presenza di maggiore disoccupazione saranno più bassi (meno inflazione); viceversa, in presenza di bassa disoccupazione saranno più alti (più inflazione). In equilibrio questo significa che il tasso di disoccupazione “naturale” sarà il punto di incontro tra livello di salari reali scelti dalla contrattazione salariale e livello di salari reali derivanti dalla fissazione del prezzo di beni e servizi.

Nel 1958 A.W. Phillips rappresentò graficamente i dati relativi all’inflazione ed alla disoccupazione nel Regno Unito dal 1861 al 1957. I dati raccolti nei decenni dimostravano che più basso era il tasso di disoccupazione e maggiore era la velocità di salita dei salari e viceversa.

La relazione (chiamata in seguito curva di Phillips) sembrava così solida che si arrivò a pensare che i governi e le banche centrali, intervenendo sulla domanda aggregata, potessero scegliere un livello ottimale di inflazione e disoccupazione. Sarebbe bastato identificare il punto desiderato sulla curva di Phillips. Teoricamente un governo disposto ad accettare un’alta inflazione avrebbe potuto mantenere la disoccupazione bassa per sempre.

Per inciso, la teoria andò in crisi negli anni 70, sconvolti da alti tassi di inflazione e di disoccupazione. La curva di Phillips fu riformulata tenendo in conto l’inflazione attesa e non più quella attuale e si arrivò a modificarne la formulazione, considerandola come un rapporto tra disoccupazione e variazione dell’inflazione.

Ma, tornando al discorso principale, fino a quanto si può ridurre la disoccupazione? Gli economisti (monetaristi) Milton Friedman ed Edmund Phelps dimostrarono che, pur con tutta la “buona volontà” da parte delle autorità fiscali e monetarie, la disoccupazione nel lungo periodo tende ad allinearsi al suo livello naturale.

Friedman fa un esempio molto efficace. Una banca centrale che voglia abbassare il tasso di disoccupazione proverà a forzare la mano cercando di aumentare l’inflazione. Diminuendo i tassi di interesse ed aumentando l’offerta di moneta la Banca centrale riesce ad aumentare la domanda di beni e servizi. Le aziende rispondono al nuovo scenario aumentando la produzione ed alzando i prezzi (supponiamo del 3%). Il livello di inflazione aumenta mentre i salari rimangono stabili per un certo periodo di tempo, fino a quando i contratti non verranno ridiscussi. In questo lasso di tempo assumere lavoratori diventa conveniente ed il tasso di disoccupazione scende al di sotto del suo livello naturale. Alla ridiscussione del contratto i lavoratori pretenderanno di adeguare i loro salari al nuovo livello di prezzi e, soprattutto, a quello atteso in futuro (sempre il 3%). Questo farà si che il livello di occupazione torni a scendere in quanto le aziende, per far fronte al maggior costo del lavoro, decideranno di ridurre gli assunti.

La banca centrale potrebbe a questo punto cercare di aumentare ancora la massa monetaria ma dovrà farlo portando i prezzi ad un livello più alto rispetto all’inflazione attesa, nel nostro caso il 3%. L’effetto sulla disoccupazione durerebbe solo nel breve periodo, con il tasso di disoccupazione che tornerebbe di nuovo al suo livello naturale alla prossima ridiscussione dei contratti. Insomma la banca centrale potrebbe, nel breve, far scendere la disoccupazione sotto il suo livello naturale solo al costo di aumentare, e di molto, l’inflazione.

Friedman e Phelps chiamarono questo tasso di disoccupazione naturale NAIRU, acronimo di “non-accelerating inflation rate of unemployment”. Lo possiamo definire come quel tasso di disoccupazione per il quale l’inflazione attuale e quella prevista si equivalgono ed il livello dei prezzi rimane stabile. In altre parole è quel livello di disoccupazione che non influisce sulla dinamica dei prezzi.

A cosa serve il NAIRU? Stimare il tasso di disoccupazione “naturale” serve, tra le altre cose, a capire come si comporterà in futuro l’inflazione. Nel breve periodo, quando il tasso effettivo di disoccupazione supera il NAIRU ci attenderemo una diminuzione dell’inflazione, quando il tasso effettivo scende sotto il NAIRU ci attenderemo un rialzo dell’inflazione. Poter monitorare questo indicatore consente a governi e banche centrali di ipotizzare i futuri scenari inflattivi ed i relativi spazi di manovra.

Il NAIRU viene calcolato o su base econometrica o su base statistica (una buona approssimazione è data dalla media decennale del tasso di disoccupazione effettivo) ed è un dato che muta nel tempo. Tra i fattori che influenzano il NAIRU c’è anche la struttura del mercato del lavoro. La presenza di rigidità sia in entrata che in uscita e/o un quadro fiscale penalizzante, possono far crescere il NAIRU che risulta, inoltre, negativamente correlato con il tasso di crescita della produttività del settore privato.

Qui sotto, ad esempio, viene riportato il grafico trimestrale del NAIRU di lungo periodo per gli Stati Uniti. Attualmente il livello è al 4,60%, con una proiezione al 2029 del 4,45%. In altre parole, negli USA, per mantenere il livello dei prezzi costante, è necessario mantenere un livello di disoccupazione al 4,6%.

Il tasso di disoccupazione attuale negli USA è del 4%, leggermente sotto al NAIRU, il che significa praticamente l’aver raggiunto lo stato di piena occupazione.

Nella zona Euro il NAIRU si attesta attorno all’8,5% (superiore al livello attuale di disoccupazione del 6,8%), il che dovrebbe produrre nel breve un rialzo dell’inflazione.

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